Sarajevo, scintilla della Grande Guerra

Gavrilo Princip nacque nel 1894 nel villaggio di Obljaj ad est di Bosansko Grahovo, uno dei nove figli di un postino, sei dei quali morti in tenera età. Aveva ricevuto la sua educazione primaria a Sarajevo e Tuzla (Bosnia-Erzegovina), per poi essere espulso dalla scuola a causa della sua affiliazione ad un’organizzazione anti-austriaca. All’età di 18 anni si era trasferito a Belgrado (Serbia) dove era venuto a contatto con la Mano Nera (Crna ruka), movimento politico ultranazionalista che, oltre all’indipendenza dall’Austria-Ungheria, promuoveva l’unione fra Bosnia-Erzegovina e Serbia. Aveva tentato di arruolarsi nell’esercito senza riuscirvi, probabilmente per la sua salute precaria.
Passato alla storia come l’assassino dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria-Ungheria, in realtà Princip era un pesce piccolo nelle mani di un’organizzazione molto potente, un po’ come Lee Harvey Oswald nell’assassinio di Kennedy. Quel giorno che cambiò il corso della Storia, domenica 28 giugno 1914, Princip si trovava a Sarajevo mandato da Dragutin Dimitrijevic, capo dei Servizi Segreti dell’esercito Serbo, assieme ad altri giovani uomini intrisi di odio contro il potere austriaco con l’intento di uccidere Francesco Ferdinando in visita ufficiale assieme alla moglie Sofia Chotek von Chotkova duchessa di Hohenberg (ritratti qui sotto all’uscita del municipio di Sarajevo)

Tutti i partecipanti al commando che doveva uccidere l’Arciduca avevano ricevuto l’ordine di suicidarsi subito dopo l’azione per non essere arrestati ed a questo scopo era stata consegnata loro una fiala di cianuro assieme ad una pistola ed alcune granate. La Mano Nera aveva scelto questi sicari perchè comunque destinati a morte certa in breve tempo, essendo malati di tubercolosi. Oltre a Gavrilo Princip nel gruppo c’erano anche Nedjelko Cabrinovic, e Trifko Grabez.
Nikola Pašić, primo ministro di Serbia, era stato avvertito che ci sarebbe stato un attentato ed anche se simpatizzava per la Mano Nera, aveva paura di un’eventuale guerra con l’Austria-Ungheria. Per evitare guai aveva pertanto emesso un ordine di cattura nei confronti dei tre che sarebbero dovuti essere fermati al momento del loro espatrio verso la Bosnia ma era stato disobbedito dalle forze dell’ordine in servizio al confine. In Bosnia-Erzegovina i tre sicari incontrarono altri quattro cospiratori Vaso Cubrilovic, Cvjetko Popovic, Danilo Ilic, Muhamed Mehmedbašic, ed assieme ad essi giunsero a Sarajevo.
Francesco Ferdinando arrivò a Sarajevo la mattina di domenica 28 giugno 1914, incontrando alla stazione ferroviaria il generale Potiorek che doveva accompagnarlo in città dove avrebbe tenuto dei discorsi. Indossava l’alta uniforme di Generale di cavalleria mentre la duchessa un vestito bianco stretto alla vita da una fascia rossa con fiori ed un cappello bianco.
Il Generale Oskar Potiorek (1853-1933) era stato il comandante dell’esercito Austro-ungarico responsabile del primo tentativo (fallito) di invasione della Serbia nel 1914. In qualità di Ispettore Generale dell’esercito dal 1911, era stato anche Governatore della Bosnia dal 1912 e passò alla storia come il responsabile della sicurezza di Francesco Ferdinando durante la tragica visita a Sarajevo.
Il percorso del corteo formato dalle tre auto dell’Arciduca era noto da giorni, ed i sette membri della Mano Nera avevano preso posizione nel lungofiume Miljacka dove sarebbe passato.
Nella prima auto del corteo sedevano Fehim Curcic, sindaco di Sarajevo ed il dott. Gerde, commissario di polizia; nella seconda, una Gräf & Stift nera modello Bois de Boulogne del 1911, l’Arciduca con la moglie, il Generale Potiorek ed il Conte von Harrach; nella terza gli ufficiali di ordinanza.
Il corteo passò indenne davanti al primo dei sette sicari, Muhamed Mehmedbašic che era pronto a lanciare una granata. Asserì in seguito che la polizia troppo vicina gli avrebbe impedito del tutto l’azione.
Il secondo sicario lungo il percorso, Nedjelko Cabrinovic, alle 10:15 tirò una granata all’auto dell’Arciduca non tenendo conto dei 10” di ritardo nello scoppio. Rimbalzò sull’auto senza esplodere e finì sotto la seguente ove scoppiò ferendo gravemente Eric von Merizzi ed il conte Boos-Waldeck oltre ad una dozzina di presenti; l’autista dell’Arciduca riuscì a fuggire dalla scena con una manovra evasiva e l’alta velocità che tenne fino al municipio impedì l’entrata in scena degli altri sicari.
Come da copione Cabrinovic inghiottì il cianuro e si buttò nel fiume Miljacka ma non morì, venne catturato ed arrestato. La storiografia nel corso degli anni ha speculato che le fiale consegnate ai sicari contenessero un’innocua soluzione a base d’acqua, oppure un prodotto di pessima qualità.
Il buon Ferdinando scampato alla granata, durante il discorso di benvenuto del sindaco di Sarajevo tenuto per il ricevimento in suo onore, sbottò visibilmente adirato dicendo:
“Ma cosa sta dicendo? Vengo in visita a Sarajevo e mi tirate le bombe? E’ pazzesco!”
Finita la cerimonia, Francesco Ferdinando volle visitare i feriti dell’attentato della mattina che erano stati ricoverati all’ospedale malgrado la contrarietà del Barone Morsey che lo accompagnava. Il generale Potiorek, intervenendo chiese seccato: “Ma cosa crede, che Sarajevo sia piena di assassini?”, tuttavia, temendo ulteriori problemi chiese inutilmente alla Duchessa di rimanere in municipio e cambiò all’ultimo momento il percorso per raggiungere l’ospedale evitando il centro cittadino, ma si dimenticò di informare l’autista Leopold Lojka del cambiamento, cosicchè questi proseguì secondo i piani lungo la strada originale.
Imboccando Via Francesco Giuseppe, il Generale Potiorek che era in auto con Francesco Ferdinando si accorse dell’errore ed inveì contro l’autista il quale prima rallentò e poi iniziò un’inversione di marcia. Il caso volle che proprio in quei momenti Gavrilo Princip fosse appena uscito dal caffé “Schiller’s delicatessen” di Via Francesco Giuseppe. Vide l’opportunità e sparò tre colpi da una distanza estremamente ravvicinata, alcune cronache riportano addirittura un paio di metri. Un colpo sparato con la pistola semi-automatica Browning M 1910 cal. 7.65 trapassò il collo dell’Arciduca, un altro ferì la moglie Sofia all’addome.
L’autista accompagnò i due feriti alla residenza del Governatore a Konak, dove morirono poco dopo. Il Conte Franz von Harrach era anche lui sull’auto di Francesco Ferdinando nel momento dello sparo e, testimone oculare dell’accaduto, ne scrisse in seguito una dettagliata memoria dalla quale riporto un breve stralcio.

quando l’auto invertì velocemente il senso di marcia, un piccolo fiotto di sangue uscì dalla bocca di Sua Altezza e mi prese sulla guancia destra. Come presi il fazzoletto per pulirgli la bocca, la Duchessa gli urlò -“Dio Santo! Cosa ti è successo?” e scivolò dal sedile accucciandosi sul pavimento dell’auto con la faccia fra le ginocchia del marito.
Non immaginavo che anche lei fosse stata colpita, pensavo solo fosse svenuta dalla paura. Sentii quindi Sua Altezza Imperiale dire: -“Sopherl! Sopherl! Sterbe nicht! Bleibe am Leben für unsere Kinder! (Sofia cara, Sofia cara, non morire. Rimani viva per i nostri bambini!) Al che afferrai l’Arciduca per il colletto della sua uniforme per evitare che la sua testa penzolasse in avanti e gli chiesi se stesse soffrendo molto. Mi rispose molto chiaramente: – “Es ist nichts” (Non è niente). La sua faccia iniziò a fare delle smorfie di sofferenza ma continuò a ripetere, 6 o 7 volte “Non è niente”, sempre più flebilmente fino a quando perse conoscenza. Quindi fece una breve pausa seguita da convulsioni e rantoli provenienti della sua gola causati dalla perdita di sangue che cessò all’arrivo presso la residenza del governatore. I due corpi furono quindi portati all’interno dell’edificio dove in breve venne accertata la loro morte.

Gavrilo Princip tentò inutilmente di suicidarsi ingerendo il cianuro che vomitò subito, poi si puntò la pistola addosso ma un uomo vicino a lui lo afferrò, aiutato in questo da diversi poliziotti presenti ovunque quel giorno. Muhamed Mehmedbašic riuscì a scappare in Serbia ma Grabež, Popovic e Cabrinovic furono arrestati perché la polizia immediatamente fermò molti dei presenti a caso, compreso Danilo Ilic che perse la testa per la paura e vuotò il sacco. Alla fine sette persone furono incriminate per “tradimento ed assassinio dell’erede al trono”, tuttavia con le leggi vigenti in Austria-Ungheria, non si poteva applicare la pena capitale a soggetti inferiori ai 20 anni al momento del crimine per cui Gavrilo Princip venne condannato alla massima pena (20 anni) perchè non fu possibile determinare con esattezza la sua data di nascita. Cagionevole di salute fin dall’infanzia, morì di tubercolosi ossea nella prigione di Theresienstad (l’attuale Terezin in repubblica Ceca) il 28 Aprile 1918, dopo diversi tentativi di suicidio, quasi sopravvivendo alla guerra che aveva scatenato. A Sarajevo gli venne dedicato il ponte sulla Miljacka vicino al luogo dell’attentato, una strada ed una piazza. Trifko Grabež morì di tubercolosi nel febbraio 1918 a 22 anni anche lui a Theresienstad, Danilo Ilic fu impiccato perchè maggiorenne, Cabrinovic fu liberato nel 1918 e divenne professore di storia moderna all’università di Belgrado, Popovic direttore in un museo di Sarajevo.