Prigionieri di guerra

prigionieri italiani a Cividale - immagine da internet

Quello dei prigionieri di guerra è un argomento spesso sottovalutato dalla vasta letteratura della Grande Guerra. Non raramente i soldati (dell’una e dell’altra parte) si consegnarono spontaneamente al nemico nel tentativo estremo di opporsi alle indicibili sofferenze della vita di trincea; più spesso la cattura avvenne dopo resistenze strenue e feroci, ma fu con la rotta di Caporetto che il fenomeno assunse per l’Italia dimensioni bibliche con l’ apocalittica cifra di circa 300.000 prigionieri.
L’atteggiamento del nostro Comando Supremo, almeno fino al 1918, fu incredibilmente cinico e spietato, prevalse l’aspetto punitivo che determinò ostacoli di ogni tipo nei confronti degli aiuti a questi sfortunati connazionali sia da parte delle famiglie che da enti internazionali come la Croce Rossa. L’Italia e la Francia ebbero lo stesso numero di prigionieri, circa 600.000 ma ben diverso fu il numero dei decessi, 100.000 tra i nostri soldati contro i 20.000 degli alleati d’oltralpe che mantennero nei confronti dei propri soldati prigionieri un comportamento più umano.
Superato il primo drammatico momento della cattura, abbandonate rapidamente le prime linee spesso inseguiti dal “fuoco amico” avviene il tanto temuto incontro con il nemico, non raramente il primo in cui gli sguardi dei combattenti si incrociano… dalla memorialistica spesso emergono inaspettati atteggiamenti di scarsissima ostilità, anzi, sovente di rispetto e comprensione reciproca, ma per i vinti si aprono le porte di un destino davvero amaro.
Crollate le gerarchie militari, incolonnati, infreddoliti e stanchi, a marce forzate i prigionieri si avviano tristemente verso le stazioni ferroviarie da dove, caricati in carri adibiti a trasporto di bestiame, arrivano ai lager, i campi di prigionia, circa 500, per la maggior parte situati nell’Europa centrale.
Qui, abbandonati e soli, incontrano il loro peggior nemico: la fame.
Carlo Emilo Gadda scrive nel suo diario: “fame continua, fame orrenda, fame…” e lo sfortunato collega Carlo Salsa gli fa eco: “Kriegsgefangenlager e cioè campo di prigionieri di guerra, i filologi ambrosiani hanno ricercato le origini della parola barbara e n’è uscita una storpiatura di stagione: crist che fam de lader”.
E la fame e le malattie chiesero il loro salatissimo tributo .
I prigionieri di guerra furono sconfitti due volte, dalle armi del nemico e dalla fredda e criminale ostilità dei nostri Comandi , figli minori, anzi figliastri di un’Italia senza pietà.
Ben raramente il nome dei morti in prigionia trova posto sugli innumerevoli monumenti celebrativi sparsi in ogni Paese. Quei nomi rimangono solo nella memoria dei loro cari che non li videro tornare.