Cadorna ai comandanti – luglio 1916

Cadorna in un'immagine da internet

Il 5 maggio 1968, presso l’Ateneo Veneto di Venezia, l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano organizzò un convegno sulla Prima Guerra Mondiale, nel Cinquantenario della conclusione vittoriosa. Fra gli scopi più dichiarati quello di far emergere materiale fin allora sconosciuto o poco noto da trarre da archivi delle città degli studiosi/relatori, i quali venivano dalle provincie del Veneto e di Mantova.


Negli “Atti” del convegno, che ho la ventura di avere per essere stato mio padre, prof. Francesco Anelli, uno della decina di relatori (sua una conversazione su Caporetto: “La 46.a Batteria di Bombarde nella ritirata dal fronte di Gorizia 27-31 ottobre 1917”), trovo per merito – suppongo – del prof. Giuseppe Mori di Vicenza (“Celebrazioni e suggestioni didattiche”) copia di un documento che impressiona e dovrebbe far riflettere ancor oggi.
Si tratta di una Circolare Riservata, firmata del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Luigi Cadorna in data 31 luglio 1916 avente per oggetto “I nostri metodi di attacco nel giudizio degli ufficiali dell’esercito nemico” indirizzata ai Comandi di armata e della zona Carnia e, per conoscenza, ai Comandi generali dell’arma di artiglieria, del genio e di cavalleria, con distribuzione da estendere “fino ai Comandi di compagnia”.


Il contenuto è il seguente:


Da recenti deposizioni di ufficiali austriaci prigionieri o di disertori che, per i grado e la carica che rivestivano presso il loro reggimento, ebbero occasione di sentire discorsi ed apprezzamenti dei propri ufficiali, si sono potute raccogliere alcune impressioni dell’avversario sui nostri metodi di attacco.
Esse confermano pienamente l’opportunità delle disposizioni contenute nel recente fascicolo “Criteri d’impiego della fanteria nella guerra di trincea”, come si può riscontrare, consultando i paragrafi del fascicolo stesso indicati tra parentesi per ciascuno degli argomenti esposti qui di seguito. Se ne dovrà pertanto dare comunicazione a tutti gli ufficiali.


1.


La preparazione dell’attacco, per parte della artiglieria italiana, dura troppo a lungo, dando sempre al comando austriaco il tempo di far affluire le riserve. I nostri tiri poi sono sparpagliati su fronte troppo ampia, per modo che non scuotono sufficientemente la resistenza delle fanterie nemiche. Sarebbe molto più efficace un tiro violentissimo e breve, concentrato in zone ristrette (5b, 15).
I tiri d’interdizione fatti dalle artiglierie italiane dopo quello di preparazione, hanno sempre il difetto di essere troppo lunghi e di colpire zone nelle quali non arrecano che danni e perdite molto relative, perché le riserve austriache, quando il nostro fuoco di preparazione lascia prevedere un attacco, serrano molto sotto, annidandosi in caverne prossime alle trincee avanzate. Quindi i tiri d’interdizione, per poterle colpire, o dovrebbero essere fatti contemporaneamente a quello della preparazione dell’attacco, o dovrebbero essere diretti sull’immediato tergo delle prime linee (28 e 29).


2.


Nell’azione delle fanterie italiane, manca quasi sempre l’accordo perfetto con l’artiglieria. Ultimata la preparazione di fuoco di artiglieria, non segue immediato e travolgente l’attacco della fanteria, dimodoché gli effetti conseguiti dai cannoni vengono in gran parte neutralizzati da questo ritardo (5c, 15, 21).
Altra manchevolezza, osservata nell’azione della fanteria italiana, è l’insufficienza dei rincalzi e la mancanza di percezione del momento opportuno per farli avanzare. Posizioni conquistate con grandi sacrifici debbono essere in seguito sgomberate, perché i pochi superstiti dei riparti che per primi mossero all’attacco, abbandonati a se stessi, senza rifornimenti ed aiuti, annientati dal fuoco, sono sopraffatti dall’avversario che muove al contrattacco, quantunque si difendano accanitamente fino all’ultima cartuccia ed all’ultima bomba (5d, 19, 21e, 27, 33c).
Il soldato italiano, pur avendo molto imparato dal principio della guerra, manca ancora di disciplina durante il combattimento, dimodoché negli attacchi viene spesso a mancare quell’accordo e quella coesione che costituiscono i fattori principali per la riuscita di una operazione. I gruppi di fanti avanzano con slancio; ma poi, trovandosi isolati, senza collegamento, senza i rincalzi, si arrestano esitanti come se fossero inconsapevoli dell’obiettivo da raggiungere. E di questi momenti di incertezza approfittano gli austriaci per aggiustare il tiro delle proprie artiglierie e per impedire alle nostre fanterie un’ulteriore avanzata (13, 21a, 21e, 21f, 28).


3.


Gli ufficiali austriaci hanno concetto molto elevato del valore degli ufficiali italiani. Osservano anzi che questi, marciando costantemente alla testa dei propri riparti, si espongono maggiormente alle offese nemiche, e non sempre ottengono di essere seguiti da tutti i propri soldati.
Poiché però col soldato italiano, educato colla persuasione e non colla coercizione, non potrebbe l’ufficiale marciare sempre dietro ai riparti, secondo il sistema austriaco, risulta opportuna la nostra prescrizione – forse non sempre attuata – che l’ufficiale cammini in coda nei camminamenti, esca per ultimo quando si deve muovere da un trinceramento, e negli sbalzi e nell’assalto proceda in linea cogli uomini del proprio riparto.


4.


Altro nostro grave errore, secondo il concorde parere degli ufficiali austriaci, sarebbe quello di non sapere sfruttare i successi conseguiti. L’attacco italiano, generalmente, non mira allo sfondamento completo di una intiera zona di difesa, ma si limita a tendere all’occupazione di una data posizione o di un dato tratto di trincea di prima linea; raggiunto il quale, le truppe si fermano e si aggrappano al terreno, restandovi inattive, e facendovisi distruggere dal tiro aggiustato e micidiale della artiglieria nemica, proprio quando un successivo piccolo sforzo consentirebbe loro di raggiungere grandi risultati. Così gli austriaci hanno tempo di fare accorrere le riserve nelle trincee retrostanti, e molto spesso di costruire addirittura nuovi appostamenti più indietro. Un ufficiale ungherese ha detto queste testuali parole: “Voi italiani sfondate una porta, ed invece di entrare decisamente da padroni, ve ne fatte sbattere in viso un’altra, che vi sbarra il passo. Non curatevi della trincea, che è una trappola ! Andate avanti ed occupate le doline dove si annidano le riserve, dov’è il cuore della difesa e dove è il cervello che organizza la controffesa ! Lo sfondamento completo della prima linea vi darebbe la vittoria; perché, se è vero che altre linee sono state predisposte più indietro, è altrettanto vero che non vi sono le forze per guarnirle. Le riserve di corpo d’armata sono talmente esigue che non potrebbero certamente arginare un’avanzata che fosse fatta in modo decisivo, senza tentennamenti, con obiettivi ben definiti e lontani” (5b, 6, 18, 22, 35)
Gli austriaci hanno anche rilevato che i nostri soldati mancano della necessaria attitudine ad improvvisare fortificazioni di circostanza sulle posizioni conquistate. Gli italiani – essi hanno detto – all’indomani di un’operazione fortunata nulla ancora, o poco, avranno fatto per assicurarsi il possesso della nuova linea, come non avranno certo provveduto a costruirsi ripari sufficientemente forti per resistere al fuoco delle artiglierie (32, 33).


IL CAPO DI S. M. DELL’ESERCITO
f.to L. Cadorna

 

A chi legge verrà spontanea una sorta di riprovazione, o almeno fastidio, per quel ‘gioco’ del rimando a paragrafi di disposizioni diramate in precedenza dal Comando Supremo, che sta lì a significare: cari Comandanti, se aveste avuto dei dubbi, vedete che son tutte cose su cui vi avevamo istruito ed avevamo visto giusto(ed il nemico ora ce lo conferma!). Ora… mettetevi a posto che noi, Comando Supremo, già lo siamo e non da ora !
MARCO ANELLI – CONEGLIANO