Scemo di guerra

Quand’ero un ragazzo l’espressione «scemo di guerra» era molto in uso. Più volte sono stato battezzato «scemo di guerra» senza sapere realmente cosa volesse dire. L’espressione conteneva la parola scemo, dunque era un modo di offendere. Punto.
Solo più avanti ho capito l’orrore che celava questa popolare espressione ingenua.

I sintomi più comuni erano: delirio di persecuzione, amnesia, perdita della capacità di esprimersi.
Questa nevrosi ha colpito militari di ogni esercito e di ogni grado in tutti i fronti del conflitto.
Ma nella prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, la neonata branca della psicopatologia ancora non riusciva a comprendere le reazioni psicotiche, isteriche, di inibizione psicomotoria o di fuga davanti al nemico o al momento dell’assalto alla baionetta. Non comprendendo la radice psicologica di tali comportamenti, l’inquadramento che veniva fatto da parte degli ufficiali d’arma era di «codardia» di fronte al nemico, per cui le conseguenze erano il tribunale militare e la fucilazione.
Oggi sappiamo che si trattava dello «shock da combattimento», causato dalle atroci condizioni in cui, nelle trincee, si lottava per la vita: freddo, cibo scarso e di cattiva qualità, bombardamenti di artiglieria che si protraevano per giorni interi, assalti alla baionetta durante i quali le mitragliatrici, situate in postazioni fortificate, facevano strage di coloro che erano costretti a uscire allo scoperto per tentare di conquistare le posizioni avversarie.
Un incubo per molti soldati, giovani e non, costantemente minacciati dalla morte. Chiunque fosse schierato in prima linea era consapevole che, in qualsiasi momento, sarebbe potuto morire: i bombardamenti dell’artiglieria nemica furono incessanti ed i cecchini non mancavano mai di vigilare e di sparare sugli obiettivi. Anche solo un gesto imprudente, come alzarsi dalla trincea, poteva costare la vita ad un soldato.
La vista costante di cadaveri non aiutava certo a migliorare la situazione resa ancora più tragica dal duro atteggiamento tenuto dagli ufficiali. Ogni battaglia, come si legge in molti diari dei protagonisti, era attesa con un silenzio irreale. Privati della possibilità di ribellarsi, i soldati uscivano dalle trincee rassegnati e alle volte in lacrime sapendo che, chiunque avesse esitato sarebbe stato punito.
Fu in questi anni che nacque l’espressione «scemo di guerra» per indicare tutti quegli uomini che, durante o dopo la Grande Guerra, furono colpiti da patologia mentale.
Essendo una materia ancora oscura, tra i medici si diffuse la pratica dell’elettroshock come tentativo di cura, provocando ulteriori dolori e complicanze a coloro che ritornarono dal fronte. Un ottimo lavoro di ricerca ha permesso di riportare alla luce le rare immagini dei filmati scientifici girati negli ospedali: sequenze drammatiche su esseri inermi e feriti usati come cavie per esperimenti terapeutici con scariche elettriche da 70 volt.
Rinchiusi nei manicomi, gli «scemi di guerra» incontravano psichiatri che non sapevano come affrontare questa patologia e applicavano terapie sbrigative, quasi sempre basate sull’ elettroshock, che generalmente aggravava le loro condizioni.
Solo alcuni decenni fa il problema è stato affrontato in modo obbiettivo e si è finalmente resa giustizia a quei poveri contadini male equipaggiati, terrorizzati e affamati, che hanno subìto un doppio trauma: quello della guerra e quello del ritorno a casa, dove erano spesso vittime di derisioni e insulti, quasi che fossero essi stessi colpevoli della malattia.
Oggi, in psicologia e psichiatria la patologia è formalmente riconosciuta come malattia debilitante o disturbo post-traumatico da stress (DPTS) (o Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD) che è definito come «insieme delle forti sofferenze psicologiche che conseguono ad un evento traumatico, catastrofico o violento». È denominato anche nevrosi da guerra, proprio perché inizialmente è stato riscontrato in soldati coinvolti in pesanti combattimenti o in situazioni belliche di particolare drammaticità (con nomi e sottotipi diversi: Combat Stress Reactions, Battle Fatigue, Shell Shocks, etc.).
Nel corso del conflitto i ricoveri per cause nervose e mentali sono 80000 in Inghilterra, 315000 in Germania e 98000 negli Stati Uniti.
Per l’Italia non esistono dati ufficiali. Gli storici ipotizzano che i soldati internati per problemi psichici non siano meno di 40000.
Le malattie mentali che colpiscono combattenti e reduci continuano ad essere un tratto distintivo di tutti i conflitti. Gli istituti sanitari americani hanno stabilito che il 45% dei soldati impegnati in Iraq tra l’inizio della guerra e l’ottobre 2007 hanno sofferto di patologia psichiche legate all’esperienza di guerra.

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