Le ferite di guerra

La Grande Guerra costò al Regno d’Italia l’ingente numero di 680.000 caduti (oltre 100.000 in prigionia), ai quali dobbiamo aggiungere 500.000 mutilati e 1.000.000 di feriti gravi. Specie nei primi tempi, quello che mise in crisi l’apparato sanitario, fu l’elevatissimo numero concentrato in breve tempo, di feriti che necessitavano di cure tempestive. Anche ai nostri giorni nessuna struttura sanitaria potrebbe reggere di fronte agli accessi che un solo giorno di battaglia comportava. Non esistevano gli antibiotici e le complicanze infettive, specialmente la temutissima gangrena gassosa resero spesso inutili anche trattamenti complessi eseguiti con notevole perizia. La maggior parte delle ferite fu provocata come allora si diceva “da artiglieria” e cioè da schegge di granata, schrapnel, pietre e frammenti ossei. Queste ferite erano sempre considerate settiche e cioè infette e quindi con prognosi nettamente peggiore. Di molto inferiore il numero delle ferite prodotte da proiettile e meno dell’1% quelle provocate da punta o da taglio. In effetti quindi molti soldati furono feriti o morirono senza nemmeno riuscire a vedere il nemico! Vediamo alcune delle principali sedi di ferita e la loro prognosi, ben consapevoli dei limiti di tale suddivisione


FERITE DELLA COLONNA VERTEBRALE: non venivano quasi mai trattate, specie quelle del collo, ed avevano prognosi quasi sempre infausta.


FERITE DEL CRANIO: non raramente il chirurgo interveniva per asportazione di schegge (specie ossee) svuotamento di ematomi e rialzamento di avvallamenti. Non sempre mortali erano comunque causa di frequenti complicanze nei sopravvissuti.


FERITE DEL TORACE: potevano spesso avere una prognosi favorevole con interventi abbastanza limitati.


FERITE ADDOMINALI: tra le più gravi, l’intervento era limitato dall’esperienza del chirurgo e dalla rapidità con la quale il ferito giungeva al tavolo operatorio. Il più delle volte non si eseguiva alcun atto chirurgico.

 

FERITE AGLI ARTI: molto comuni, spesso però complicate dalla comparsa della gangrena gassosa che obbligava il chirurgo ad amputazioni non sempre risolutive.