Associazione culturale di rievocazione storica

Mi girano le palle

caricatore del 91 - immagine da internet

Premetto  che  quanto  segue  è stato estratto dai libri di Luciano Viazzi,  dalla  rivista  dei  Verdi “L’Alpino”,  da  Agno  Berlese, valoroso  capitano  combattente nella  Grande  Guerra  e prematuramente  scomparso  nel 1950  e  dalla  rivista  “Aquile  in guerra”,  edita  dalla  società Storica  per  la  Guerra Bianca,  di  cui  lo  stesso Viazzi è stato presidente per molti anni.

Penso  che  tutti  abbiano usato  parlando  la  frase: “è  stata  una  Caporetto, per definire uno smacco, una  débacle,  una  grave sconfitta,  una  situazione incresciosa.  Ma  vi  sono altri  modi  di  dire derivati  proprio  dalla Prima  Guerra  Mondiale che  sono  tuttora  usati, senza  che  magari  se  ne sappia il significato.

Ad  esempio  “girare  le palle“,  modo  di  dire  per esprimere  il  fastidio,  la scocciatura  per  una  data situazione,  la  cosiddetta rottura  di  scatole.  Bene, ecco  la  spiegazione. Anche  Germania  e  Austria avevano  firmato  le  varie “Convenzioni  di  Ginevra”.  Una di queste specificava che le armi individuali,  fucili  e  pistole,  non dovevano  sparare  proiettili esplosivi.  Ciò  nonostante,  nei due  stati  vi  erano  fabbriche  che producevano di queste pallottole, che  causavano  ferite indescrivibili,  alle  quali difficilmente  un  soldato  colpito poteva  sopravvivere.  Se  un soldato  di  quelle  nazioni  veniva catturato  ed  aveva  nelle  giberne dei  caricatori  contenenti  tali pallottole,  veniva  subito  passato per le armi. Lungo il fronte sono stati  trovati  simili  colpi  non sparati  per  terra:  chiaramente uno  che  fosse  stato  fatto prigioniero,  se  in  possesso, cercava  di  sbarazzarsi  di  tali colpi.  Agli  Italiani,  che  non avevano  in  dotazione  questi colpi,  il  fatto  di  sentire  i  colpi nemici  esplodere  vicino  non garbava  affatto  ed  avevano adottato  la  contromisura: estraevano  la  pallottola  dal bossolo  e  la  reinserivano  girata, con  l’ogiva  all’interno  del bossolo.  Se  questa  colpiva  un bersaglio con la parte inferiore  (ricordo  che  erano  formate  di piombo  con  camiciatura  in maillechort,  lega  di  80  parti  di rame  e  20  di  nichel,  che  non copriva  il  fondo)  la  stessa  si espandeva  al  contatto,  novello precursore  del  proiettile  dumdum  dei  tempi  più  recenti. Quindi il significato di “girare  le  palle”  era prettamente letterale.

Più  sopra  ho  usato  la frase  “rompere  le scatole“. Anche questa è di  derivazione bellica.  Infatti  i caricatori  del  vecchio fucile  Vetterli-Vitali, che  fu  in  dotazione anche  durante  la guerra alla  nostra Milizia  Territoriale  (con la sua sciabola-baionetta  era lunghissimo  ed  ho delle  foto  in  cui  si vedono  nostri  piccoli fanti trascinare quasi il calcio per terra) erano contenuti  in  scatole  di cartone  e  che  quindi, quando  veniva  dato l’ordine  di  far  fuoco, questo  era  preceduto  dal comando “rompete le scatole“.

Ma  chi  potrebbe  sospettare  che la  denominazione  “locali  a  luci rosse”  derivi  proprio  dal  primo conflitto mondiale? Nacquero in Friuli  ed  ebbero  questo  nome proprio  dal  fatto  di  avere  una lampadina  rossa  sopra  la  porta. Ma  non  si  pensi  che  i  lupanari o  “casini di guerra” fossero tutti eguali. Quelli  per  gli  ufficiali, dove  la  “merce”  era  più  scelta, avevano una lampadina blu!