Associazione culturale di rievocazione storica

Cento anni dopo

A volte capita che il vero motivo di un viaggio passi in secondo piano e che da profondità nascoste ed inaspettate emergano situazioni capaci di modificare le carte in tavola; allora, se possibile, dovremmo lasciarci trasportare da questa imprevista corrente, facendo a meno di ancore o timoni per vedere dove e come si può arrivare. Il furgone corre lungo una stretta strada cercando faticosamente di attraversare la spessa nebbia di una fredda mattina di dicembre. Con la mano provo a togliere l’umidità dal vetro per vederci meglio ma serve a poco. Siamo in Croazia, a ridosso del confine con la Bosnia dove la vita corre con velocità diversa da quella alla quale sono abituato, qui i paesi sono solo poche case a ridosso della strada, nomi difficili scritti su cartelli gialli che passano veloci senza lasciare traccia nella memoria e boschi e campi governati da una natura che opera apparentemente senza ordine. Questa parte del vecchio continente è diversa dalla mia Europa ma è proprio questo ad attirare come una calamita la mia curiosità e così lascio che i pensieri viaggino lontano…

 

Colline abitate da faggete e boschi di querce si alternano a pochi terreni coltivati, a tratti incrociamo gruppi di case piccole e senza intonaco una uguale all’altra dove in cortili fangosi file di panni stesi prendono l’umidità del mattino. Si respira l’aria di un tempo diverso, è come se la brina della storia impregnasse un terreno dove la luce del sole non arriva mai. Cento anni fa, non lontano da qui è iniziata la Grande Guerra ma la guerra in questi luoghi sembra di casa e non mancano tracce evidenti di drammi recenti. La polveriera balcanica non è mai stata disattivata e l’eco di tragedie provocate dall’invasore di turno viaggia ancora sinistramente nell’aria.

 

È arrivato il momento in cui ritorna prepotente il vero motivo del viaggio e con la carabina in spalla affronto l’impegnativa salita di una ripida collina. Di solito salgo con il mio passo ma per non perdere i compagni rompo subito il fiato e mi trovo in difficoltà. Il capocaccia, un ometto magro e veloce con più anni di me mi affianca e sorridendo mi fa capire di voler portare il mio zaino. La lingua è un confine impenetrabile e parlare non serve, non posso accettare la sua proposta ma lo sguardo dei suoi occhi chiari e la sua mano sulla mia spalla mi colpiscono. Cent’anni fa avremmo vestito divise diverse e il nostro incontro forse non sarebbe stato così amichevole ma c’è qualcosa di magico nel suo sguardo e alle volte capitò che nella terra di nessuno nemici di trincee contrapposte si ricordarono che i loro cuori in fondo battevano allo stesso modo e per un momento da soldati tornarono uomini. Sorrido mentre penso a queste cose e la salita mi sembra più leggera.