Memorie di guerra di Menaldo Taccola – Puntata 20

Ecco la morsa che stringe il nemico e lo spinge a giuocar tutto per tutto, la fame ! Come equipaggiamento, invece, queste truppe d’assalto, son ben provvedute.
Rientriamo in linea portando ciò che può essere utile per notizie e informazioni, mandando subito al nostro comando il foglio del comando austriaco.
Passano minuti di quiete, e nel folto della boscaglia vediamo di nuovo movimenti; il nemico starà forse preparando un nuovo attacco ? Come potremo resistere se bombe a mano e munizioni sono alla fine ?
Ci voltiamo istintivamente verso le retrovie. Un generale (sfuggito alla mia memoria il suo nome) è lì a pochi passi da noi, su un bel cavallo bianco, fermo e imperterrito sotto le cannonate che arrivano quali lunghe e quali corte. Chiama noi ufficiali che d’un balzo gli siamo vicini. Siamo piantati sull’attenti, egli c’impone il riposo. Vuol sapere come stiamo, che cosa facciamo: riferiamo succintamente raccomandando il pronto invio delle munizioni. Sorride. E’ contento del nostro operato, ci saluta, dicendoci “Bravi”, e aggiunge: “i rinforzi son qui, forza, ragazzi !”.
Torniamo in linea pieni di speranze e i soldati osservano quest’eroica e bella figura di comandante che tanto ci ha giovato, come una visione di saldezza, d’aiuto.
Nel bosco, continuano i movimenti del nemico. Ma un rumore di soldati in marcia, ecco, ci scuote. Ci voltiamo. E’ la prima compagnia di mitraglieri che viene di rinforzo. Si gettano in trincea, postano le armi, infittiscono la fila delle guardie. Siamo salvi. Il nemico non passerà più.
Indichiamo subito ai colleghi le posizioni dalle quali sono partiti i primi attacchi e le prime pattuglie. Ora le munizioni abbondano, e quindi giù uno sventagliar di mitraglia ovunque un nulla si muova.
I miei soldati, gli altri tutti, da ventiquattr’ore non mangiano, ma ora ci rilasciamo a un po’ di riposo e a una relativa quiete dello spirito. Pensiamo dove sarà il nostro capitano e cerchiamo, intanto per mezzo di portaordini, di collegarci al nostro comando di gruppo.
Viene in linea un maggiore di fanteria che ordina subito un’uscita generale per riconquistare le linee e batterie perdute. Saltiamo il parapetto, passiamo i reticolati, stiamo formando le squadre, quando arriva a galoppo dalla strada n.8 un tenente che domanda del signor maggiore, e vedutolo gli presenta un ordine del comando di divisione nel quale è tassativamente prescritto di tenere a qualunque costo la linea della corda, di non far colpi di testa, di lasciare il più possibile in riposo le truppe che avevano eroicamente rotto il primo urto e si erano ordinatamente ritirate sulla linea della corda.
Ordine questo psicologicamente indovinato. Le truppe ormai stanche delle fatiche e del digiuno, emozionate, accettano volentieri questo pensiero riguardoso per esse che avevano superato il primo critico momento della difesa. Rientriamo quindi in linea, e tutto i resto della giornata e le prime ore della notte passano assai calme. Il nemico starà riorganizzandosi per tentare domattina all’alba il gran colpo.
Mentre il corpo stanco riposa, e nella mente galoppano strani pensieri, arriva un portaordini del nostro gruppo che dice di ritirarci nel posto ove il maggiore si trova con tutte le altre batterie di bombardieri che sono passate di riserva.
Abbandoniamo un po’ a malincuore la linea alla quale ci eravamo già familiarizzati, e andiamo dal signor maggiore, che ci spiega come il comando di divisione, in attesa di ricevere altri rinforzi, ci tiene come riserva della prima linea.
Siamo sparpagliati sul prato senza trincea, senza ricovero, sotto la luce delle stelle, alle vampe delle cannonate, e con la musica dei proiettili.
Mi levo da giacere, e guardo; fin dove l’occhio può spaziare è una ridda infernale di colpi che arrivano e che partono, un susseguirsi di boati or tremendi e cupi ora secchi e laceranti. La nostra prima linea è a pochi metri, ma credo stiano meglio di noi, perché noi siamo senza nessun riparo, mentre arrivano cannonate, fucilate e mitraglia. Il terreno circostante è tutto crivellato. Si avvicina il maggiore, calmo, e dà ordine di sparpagliarci ancora di più; noialtri ufficiali parliamo di questo tremendo bombardamento che un bel momento toccherà anche noi.
Ogni tanto un urlo, un lamento, un’imprecazione. Ci dicono che qualcuno è stato colpito ed è un correre di portaferiti, che allontanano i relitti eroici della battaglia, quasi per lasciare ai rimasti l’illusione che i colpi del nemico non fanno male. Ma anche quando le auto ambulanze corrono, il sobbalzo, su queste maledette strade tutte buche e sassi, fa urlare i feriti.
Là alla svolta che è battuta con precisione dal nemico, occorre transitare al galoppo, e chi passa passa, chi no, pace. E’ la guerra inesorabile, è la battaglia decisiva.
Arrivano truppe fresche, dal contegno sicuro, quasi spavaldo, anche se già provate da perdite durante la marcia, perdite dolorose come quelle che non si consumano nell’ardore del combattimento. Alcuni ufficiali e soldati si avvicinano a domandarci notizie, per orientarsi, e dicono che questa battaglia è un inferno, più del Carso. Sanno che le nostre perdite sono forti, ma la truppa è animata dalla sete della vittoria e reggerà e vincerà. Ci riferiscono che giù ai piedi del Montello, verso la pianura che punta su Treviso, il nemico ha fatto progressi, ma finché resisteremo qui, sulla cima di questo che può chiamarsi collina e che è il fulcro di tutte le azioni nostre, il nemico non potrà far nulla, e neppure incunearsi troppo.
A un tratto notiamo che il bombardamento nemico rallenta. Il colpo di grazia non s’è avuto. Siamo pieni di terriccio, ma il telaio è intatto.
Viviamo ancora. Ma come demoralizza stare ore e ore sotto il bombardamento inerti, aspettando solo il colpo che ti sfracelli !
A interrompere questa attesa mi vien l’ordine del maggiore di andare a vedere, dietro pattuglie dei nostri, se il nostro comando di gruppo si trovi occupato dal nemico. Una curiosità. Le pattuglie io non le vedo, mi dicono che sono uscite, e io sposto il cavallo di frisia, esco dalle prime linee, cerco di fissar bene l’orientamento per l’augurato ritorno. Poi ho avuto a pensare all’imprudenza di esser uscito solo: ché, se ferito anche leggermente a una gamba, come sarei potuto tornare indietro ?
Cammino per la strada n°7. Non trovo che morti, nostri e del nemico; il comando di gruppo è lontano; l’artiglieria ha un momento di sosta, e la quiete piomba su questo cimitero in mezzo al quale io son solo e sperduto in balia del destino. Un brivido mi corre la schiena, e questa quiete momentanea m’accascia più del fuoco intenso e degli scoppi assordanti.
Più avanti, spinto dal compito assegnatomi, trovo un nostro ufficiale d’artiglieria che ha infilzato con la baionetta un ercole nemico e ne è rimasto a sua volta infilzato. Le baionette sono ancora nascoste nei ventri e nella lotta tremenda devono essersi profondamente guardati, perché hanno entrambi gli occhi spaventosamente aperti e fissi l’uno sull’altro. Un quadro che non si può davvero dimenticare, nemmeno dopo decine d’anni.