Memorie di guerra di Menaldo Taccola – Puntata 17

Sono queste del giugno, serate, notti, tanto ingannevoli e dolci, che invitano a pensare a cose buone e giuste, alla brevità e anche alla bellezza della vita, avendo, il cuore che batte, avendo vent’anni.
Specialmente il capitano ed io, fidanzati per la pelle, amiamo questi amori con la natura sempre superbamente bella e buona (forse indifferente) anche in mezzo alla guerra, alle cattiverie degli uomini, alla loro brutalità e ingiustizia.
Anche i soldati avevano bighellonato; chi aveva scritto lungamente, chi dormito come un ghiro, chi era andato a cogliere frutta, matura o no, chi si era ricuciti gli strappi, e chi s’era spidocchiato al sole, provvedendo a lavare farsetti e camicie. La posta, attesa con ansia, giungeva con regolarità, e tutto sembrava ormai assestato come in una vita normale, come in un campo di escursionisti, quando, dal comando del gruppo, viene a destarci dal sogno un plico urgente.
Lo apriamo con ansia. Era data la certa notizia che il nemico avrebbe attaccato ancora e a fondo, tenacemente e spavaldamente, giocando tutto per tutto, sull’intero fronte, nella notte dal 14 al 15 giugno; scopo della sua offensiva ridurci alla sua mercé, una volta sceso nella pianura pingue di grani e di raccolti.
Tutti noi ufficiali leggiamo l’ordine, firmando per “presa visione”, e nel contempo cominciamo a sondare, ragionando fra noi prima in modo un po’ vago, poi più preciso, sulla eventuale offensiva nemica. Ci troviamo ben disposti, tenaci di propositi e pronti piuttosto a morire, che a mollare.
Di quassù, dalla cima della dolina, vediamo le case, le pingui messi della marca trivigiana; e ogni uomo sa che qui si difende la Patria, come ovunque, ma anche e particolarmente la casa propria e del compagno e dell’amico e le donne, le fidanzate, i vecchi, e i fanciulli nostri.
E tutti sanno che perduta questa battaglia la pace ci sarebbe davvero, ma quella piena di vergogna, dettata dalla paura e dalla vigliaccheria, nella quale il popolo sarebbe annientato per secoli. Le guerre non devono più esserci, ma, una volta scatenate, occorre tenere alto il prestigio e sacrificarsi senza soste per la vittoria.
L’ordine ricevuto vien completato da un altro nel quale è detto esplicitamente di morire in batteria e non cedere se un ordine scritto del comando non imponga, tolti gli otturatori alle bombarde, la ritirata sulla linea di massima resistenza a oltranza, la “linea della corda”, sulla quale confluirebbero tutte le truppe di 1^ linea salve dal primo urto.
Andiamo a ispezionare quelle che potrebbero essere la nostra tomba o la nostra gloria, questa famosa linea della corda. E’ una linea ben fatta, con piazzuole per mitragliatrici e buoni reticolati. Vediamo anche il passaggio pel quale c’immetteremmo nella trincea, che dovremmo poi chiudere con il grosso cavallo di frisia che sta lì da una parte.
Indichiamo il percorso dell’eventuale ritirata anche ai capi pezzo, non dimenticando di dire che questa avverrebbe su ordine scritto e comando degli ufficiali.
Ragazzi, avvertiamo: in gamba ! E non tentennamenti nell’eseguire gli ordini. Chi manca paga e paga duro, ricordatelo.
Facciamo pulire accuratamente tutti i fucili, disporre le cartucce a portata di mano, e così anche le bombe a mano, sipe e “ballerine”. Stendiamo dei reticolati sulla cima della dolina e disponiamo i posti per le vedette al fine di essere avvertiti a imbracciare il fucile e a vendere cara la pelle.
Oltre le maschere che già abbiamo, ci mandano dei camici, delle combinazioni, e dei guantoni, da indossare contro i gas, specialmente contro l’ iprite perniciosa alle funzioni genitali.
Dunque tutto è predisposto, e siamo tutti di nuovo in attesa di una battaglia che si annunzia decisiva e tremenda.
In uno di questi giorni torna fresco fresco dalla licenza il tenente Salvi, smilzo ed elegante, bel tipo sempre allegro, burlettone, cantastorie bresciano, e porta con sé, fra le altre cose, un salamino che, secondo il suo intuito, dev’essere proprio squisito. Lo porta su in batteria, pur con la previsione della battaglia. Sarebbe passato tra le memorie storiche della nostra batteria !
In quei giorni di attesa avemmo anche la visita di S.E. Federzoni, che ci onorò di sua presenza anche alla mensa di mezzogiorno, allora tenente d’artiglieria, era venuto per rendersi conto “de visu” delle posizioni nostre e di quelle del nemico. Contenta e fiera fu la truppa d’avere un ospite illustre. Ed egli fu cordialissimo, volle da noi il tu confidenziale ed amichevole dei colleghi.
Dopo mensa, ricordo, avevamo un libro delle favole di Trilussa; S.E. ci lesse con un brio speciale alcuni sonetti, da tenerci avvinti. Un sottotenentino voleva legger lui, ma il tenente Federzoni con buone maniere fece sentire come diverso sapore avessero le parole nella sua lettura.
Parlammo di un po’ di tutto: dell’interno che pareva trasformato, e finalmente fatto conscio che, senza una vita di sacrificio in paese, al fronte non si sarebbe né vinto né combattuto; delle licenze aumentate di un secondo turno all’anno; e riconoscemmo d’accordo che il Generale Diaz aveva meglio compreso la psicologia del soldato, curandone meglio il corpo e lo spirito, rilasciandolo più spesso al contatto della famiglia e col paese, il quale doveva non scoraggiare i combattenti con spettacolo miserando, ma fornire, con un assetto degno, nuove energie morali. Le licenze non dovevano più costituire il pericolo d’aumentare il numero dei disertori, ma offrire stimoli ai combattenti a compiere il dovere che preservasse la famiglia dal disonore. I legami, infatti, fra i combattenti ed i rimasti si erano rinsaldati e ciò era stato meglio capito.
S’era meglio capito che le madri che piangevano e sanguinavano per i lutti recenti, che le spose ed i figli non intendevano si lasciasse, dopo tanti dolori e sacrifici, la Patria annientata, umiliata, s’era capito che si avvicinava l’ora suprema, e che era meglio morire compiendo il dovere, difendendo la Patria, che vivere nell’ignominia della resa e della viltà.
Con questo nuovo spirito di sacrificio, truppa, ufficiali, comandi si apprestavano alla gigantesca battaglia che doveva decidere non solo della nostra guerra e libertà, ma delle sorti del conflitto mondiale.
S.E. Federzoni era ripartito la sera. Gli auguri, gli addii a dopo erano risuonati, perché egli sarebbe rimasto in forza al nostro gruppo e ci avrebbe seguiti nella battaglia.
Come il seguito dei giorni volle, arrivò anche il 14. La sera era scesa, avevamo cenato, e chiacchierato del più e del meno. Su quale soggetto ? Sull’offensiva nemica solo di poche ore lontana. E per dire la verità pensavamo potesse essere una burla di un qualche prigioniero (che non sarebbe stata la prima) questa esatta notizia di ora e di piani.
Da parte nostra gli ordini erano severissimi. Non appena il nemico avesse cominciato il bombardamento, noi dovevamo iniziare il fuoco di contropreparazione, in modo intenso, preciso, fulmineo.