Memorie di guerra di Menaldo Taccola – Puntata 15

Solo così, credo, con la convinzione intima che morremo subito, che dovremo morire, si può affrontare, superare con molta calma la guerra, dare un addio alla vita non perché essa ci pesi e non ci attiri, ma perché il Dovere lo impone. Che se poi, a dovere compiuto, essa ci resterà, con tutte le sue delizie, meglio ancora !
Farei quindi, dell’eroismo, due distinzioni. Quello degli stanchi, dei nauseati, che l’esistenza gettano senza un pensiero, e per il pensiero che una tal fine doni il suggello di nobiltà e una vita comunque meritoria. E quello di chi la vita ama e ne assapora i frutti, conoscendone le seduzioni, e pure la dona perché tanto esigono dignità e onore di uomo impavido. Quanto più valorosi i secondi, dei primi, che pure ho conosciuti: tali che dalla vita non potevano più attendersi nulla.


La licenza è trascorsa in un soffio: e mi domando se davvero io sono a casa da quindici giorni.
Fra le dolci ore dell’amore, di quell’amore che cerca anzitutto la comunione delle anime e del quale oggi son fatti rari i casi, e quelle passate coi genitori e cogli amici, il tempo è fuggito… fuggito !
A teatro né in questa né in altre licenze non sono mai andato. Perché giustamente noi Combattenti lamentiamo il contegno dei “civili” che, diciamo, si divertono troppo, e tante colpe nascondono sotto “la beneficienza”, nelle “opere assistenziali” pei combattenti. Ai colleghi che al mio ritorno dalla licenza mi domandavano cos’avessi fatto in quei giorni, dicevo: “Ho mostrato a quei signori che si può vivere, in certe circostanze, senza i balli. Voi che tanto urlate, quando poi siete lì, queste lezioni non le volete dare.”.
Oh, come si sentirebbero onorati, sostenuti, amati i Combattenti, da un’atmosfera di raccoglimento e di serietà! Io sono rientrato al teatro solo nell’agosto 1919.

 

Partenza – come tutte le mie partenze per ritornare al fronte, senza lacrime e teatrali addii. Solo, nel cuore, chiuso il pensiero se questa non sarà l’ultima volta che vedo i miei, la fidanzata, il paese natio.
Un bacio, dieci baci. Un addio urlato dal finestrino e via. In quegli addii si lasciavano brandelli di cuore. E la bocca riteneva il sapore fresco di giovinezza, la mente rievocava, l’occhio aveva nel fondo la scena, incancellabile per la vita.
Il nostro reggimento è a Savignano di Romagna, lo raggiungo e lo trovo accantonato in una fattoria, dove è stata lasciata un’ariosa camera per me che amo la quiete; mentre gli altri ufficiali sono sparpagliati nel paese dove potranno cacciare facili compagnie.
Tediose, vuote queste giornate, per noi abituati al sempre fare e al continuo rischio. Siamo qui lontani dalla costa un dieci-dodici chilometri, per accorrere, coi camions, predisposti, contro un eventuale sbarco di sorpresa degli austriaci. Capisco che non ci sarà mai bisogno di tanto, e penso alla nostra fortuna, mentre gli altri reggimenti di Bombardieri sono in linea coi fanti nel basso Piave, a prendersi almeno la malaria !
Le noie della vita di riposo, l’istruzioni e l’altro che dan tanto ai nervi nostri e a quelli dei soldati, sono diminuite dall’avere un buon colonnello che sa l’animo del soldato e gli lascia quel riposo che il momento consente. I nervi si distendono – tanto quant’è possibile quando pure si dev’essere pronti a chiamata – e si temprano alle nuove decisive battaglie.
Mi giunge un telegramma da casa, che m’annunzia la morte del nonno materno. Domando il permesso, ma mi viene negato. Capisco che questo è l’ordine, tuttavia lo sopporto male, perché, infine, qui, non siamo al fronte. Così non potrò dare l’ultimo bacio al mio nonno caro, che ho fatto tanto ridere e tanto disperare, io birichino come si è all’età gaia e inconscia della fanciullezza.
Ricordo come fosse ieri, le prime gite fatte con lui, col cavallo, le prime passeggiate nei boschi, sui monti, nei prati verdi; ricordo la sua passione di cacciatore, che gli faceva fare camminate lunghissime per tornare a casa con il carniere non vuoto !
Sogni della giovinezza. Oggi, anziché allodole e tordi, cacciamo gli uomini e siamo da essi cacciati.
Sento che quando tornerò non vorrò più uccidere gli uccelli, che non m’han fatto alcun male.
E a caccia, infatti, dopo la guerra, non sono più andato…
Dai comunicati apprendiamo che il nemico non cede, e sferra e picchia e dà testate nel settore montano, sperando in una seconda più pingue e decisiva ritirata; ma i nostri resistono. Che inquietudine, che ira, sapere le sofferenze dei nostri compagni, e nulla poter fare per essi. Quando ci ridaranno le bombarde ?
L’inverno trascorre per noi vuoto, insulso, attendiamo l’ordine di partire per Sassuolo per essere armati di nuove potenti arme, con cui schierarci a vendicare l’onta patita.
E l’ordine giunge. Partenza: arrivo a Sassuolo, presa in consegna del materiale. Io sono di nuovo a letto con tonsillite e febbre alta; il medico vorrebbe mandarmi all’ospedale, ma io resto, e dopo pochi giorni pian piano riprendo, pur tra inappetenza e svogliatezza e stanchezza.
Partenza per il Piave, ormai divenuto simbolo della difesa disperata della Patria.
Scendiamo dal treno a Montebelluna, che è sotto il tiro del nemico, e colle carrette raggiungiamo Selva ove accantonerà la nostra riserva.
Le bombarde sono 240 C, lanciano bombe di 60 chili cariche di alto esplosivo, alla distanza di 600 metri. Mentre s’alzano in aria sembrano uomini, e guai dove esse scendono: oltre il danno materiale, c’è l’effetto demoralizzante dello scoppio fragoroso, uno schianto, una lacerazione tremenda insopportabile.
Occorre però fare attenzione, nell’uso; che le 240 si dilatano con molta facilità, e allora la bomba, non ricevendo tutto l’impulso della carica – per la sfuggita che si verifica di una parte di questa – , ricade vicinissimo, o addirittura in batteria, sgomentando, uccidendo i nostri stessi. E altre volte la bombarda scoppia nell’interno stesso della bombarda! I serventi son ridotti a brandelli, la piazzuola è un campo rotto. Chi resta è inebetito.
Si dà l’ordine di tirare la cordicella, con cui si dà fuoco alla carica, in un posto riparato, quando tutti i serventi sono al sicuro; e la provvidenza è buona; ma al lato pratico, se pure ci sia stato il tempo di scavare una galleria, nella febbre della battaglia poco più si pensa a se stessi – alla casa, ai cari – e tutto si osa, tutto per distruggere. E che voluttuosa gioia quando il tiro colpisce il bersaglio, e se ne possono constatare gli effetti su uomini e cose !
Credo che in quei momenti si risvegli in noi tutta la forza bruta e che l’anima ci abbandoni dov’è l’orrore.