Memorie di guerra di Menaldo Taccola – Puntata 13

Ora che una certa calma è succeduta al caos, penso a casa. Sì, solo ora la coscienza lascia affiorare il ricordo di casa nostra: prima non ce n’è stato né luogo né tempo. Strano. Ma è così. Quando siamo attanagliati da una responsabilità tremenda, quando siamo parte di una massa in ritirata, pensieri che la mente, stanca quanto il corpo, più del corpo, può concepire, sono tutti rivolti al compimento del dovere, all’assillo della vita presente. Il resto è nulla.
Ora, dunque, penso ai miei, alla mia fidanzata, e a quanti mi amano; e m’immagino le loro trepidazioni e le giustificate ansie. Scrivo una cartolina, sperando che giunga a rasserenare, pur nel dolore della sconfitta, le fronti amate, e a far palpitare di gioia i loro cuori.
La ritirata è al suo termine. Ed ecco, di ritorno dalla licenza, il comandante, che m’aveva consegnato la batteria a Gorizia. Mi ritrova a Treviso… senza batteria.
Ero febbricitante. Cibo non ne prendevo, ché a fatica potevo ingoiare poca acqua. Unico sollievo mi sarebbe stato il riparo di una carretta, una carretta campestre, che i miei soldati avevano razziato e che destinavano pietosamente a me, con un giaciglio che avevano con amore apprestato sotto di essa. S’io non li dissuadevo, non so con quale oblio del dovere essi avrebbero manifestato il loro dolore che io lasciassi a quel posto comodo e quieto il mio giovinetto superiore; appena giunto, poverino, dal tiepido di casa sua. Ma nella notte, la mia febbre salì a quaranta gradi, e delirai; i soldati mi vegliavano facendomi sempre fuoco daccanto.
Al mattino – dopo la notte infernale che io non dimenticherò mai – il comando ci autorizzò a cercar posto nei casolari, per la truppa, in città, e nelle case, per noi ufficiali: così potei trascinarmi finalmente in un letto tepido e con lenzuola, in una camera decente e asciutta. Tre giorni dopo mi alzai, ma senza forze, senz’appetito e senza volontà. Non chiesi visita, perché solo il pensiero di dover scrivere a casa che ero ricoverato in ospedale m’attristava, sapendo il dolore che ne sarebbe venuto ai miei e alla fidanzata. Così, da buon asino da soma, mi passai la tonsillite, la disappetenza ed il resto.
I soldati intanto facevano a gara nel portarmi qualcosa di gustoso e di nuovo, segni gentili di un’attenzione da cui mi sentivo avvolto.
Eppure, a svegliare in loro questo affettuoso amore, io non avevo usato proprio dei riguardi: ché nessuna fatica necessaria ho loro mai risparmiata, non ho loro assegnati posti meno pericolosi, se il compito ci aveva offerto il pericolo, e invece ho chiesto loro lavoro, fatica continua, aspra di notte e di giorno, ho usato brontolare, come si fa per una cosa non eseguita proprio a dovere, e solo ho evitato un rifiuto, una risposta men che educata e buona.
Da quale scuola, dunque, da quale calcolo mi veniva questo loro fare ? Non lo so. E’ certo che sono stato sempre veramente in mezzo ai soldati, e con grande piacere ho cercato di comprenderne i pensieri, di accontentarne i desideri giusti, e soprattutto li ho amati come carne della mia carne, perché conoscevo il loro sacrificio e sapevo il loro eroismo.
Non sono stato mai brutale, imperioso nelle richieste, e quando sapevo di dover chiedere molto, quasi l’impossibile, ne spiegavo il perché, li persuadevo e tutto ottenevo a soddisfazione mia e a vantaggio del servizio.
A Gorizia, all’Ortigara, sul Montello, ho lavorato con loro a far mine, a piantar pali, a costruire gallerie, e com’erano contenti, que’ ragazzoni, a veder lavorare il loro tenente, e come tiravano via !
Ho sempre permesso, anzi desiderato che i soldati mi si aprissero con ogni confessione della loro vita, militare e civile, ho sempre avuto cura del rancio, perché sapevo che “la buona greppia fa la buona bestia”; insomma, ho fatto quel che era, è vero, il mio dovere, ma mettendo nell’adempimento della missione molto di cuore e un po’ di bontà, del che non ebbi mai a pentirmi.
L’unico militare che sentì i miei rigori fu un sergente pisano che, essendo dei miei paesi, credeva di fare un po’ il comodo suo. Lo avvertii per benino, la prima volta, la seconda, rudemente, e alla terza lo “schiaffai” alla sala. Ma bastò questo atto per farmelo un devoto amico. Anche ora, da “borghese”, l’ho riveduto, e abbiamo riparlato del caso, ed egli stesso ha definito il mio “giusto e doveroso” provvedimento che allora presi a suo carico.
Siamo senza bombarde, con pochi fucili, che faremo ? Circola la voce che ci passeranno in fanteria. E la voce è vera, perché vengono infatti formati i primi reggimenti di Bombardieri – Fucilieri.
Non è certo un regalo che ci vien fatto; e, più che la novità della vita che ci attende, ci addolora la privazione delle bombarde.
Finalmente ho notizie da casa. Con quanta ansia le ho attese ! Stanno tutti bene, e ciò è tutto; se non che, negli scritti tanto dei genitori che della fidanzata, una ingenua domanda mi fa tristamente sorridere: “Come avete fatto a riperdere così presto quanto era stato conquistato con tanti sacrifici, e a tornare così indietro?”. Poveri cari, quanta afflizione, e come ancora voi siete sotto il colpo tremendo !
Si comincia a sussurrare che cambieranno il comandante supremo, e si fa il nome di Diaz. Chi è ? Da dove viene ? Che cosa farà ?
Cominciano intanto le formazioni di reggimenti bombardieri-fucilieri, e contemporaneamente vengono aperte le licenze. Viene anche il mio turno.
Parto, con nel cuore l’immensa gioia di poter, dopo tanto tempo, tanti pericoli, tanti dolori, riabbracciare i cari tutti. Salto in treno, e non son tranquillo: il treno mi sembra lumaca e lo vorrei direttissimo.
Bologna ! Sento i chilometri diminuiti, e come se Firenze fosse ormai a due passi; e dietro subito, il paese e la mia casa.
A una stazioncina scende un soldato, che è atteso da una piacente bruna: un abbraccio, un bacio lungo, infinito… che a me fa l’acquolina in bocca. Ma fra poco sarò arrivato anch’io… Quanto è santa questa sete di baci !
… E già si profila la Verruca. Oh, fra pochi secondi scenderò dal treno, e via, verso casa, ove abbraccerò i miei !
Cammino svelto. Arrivo inaspettato all’improvviso. Un urlo di gioia, e baci che schioccano, abbracci e un ansioso susseguirsi di domande e risposte. “Va tutto bene – sto bene – che altro volete ?”. Ma la ritirata ? Ma questo ? Ma quello ? “Niente, niente !”.
Nelle licenze io ho parlato sempre poco di guerra, poco della mia vita nel pericolo, lontano come sono dal temperamento di certi “so tutt’io”. Risposte semplici, invece, quasi smussanti, affinché le persone che ci amano e trepidano, sentano che anche in guerra si può vivere e ritornare.