Memorie di guerra di Menaldo Taccola – Puntata 9

La battaglia langue, e ci dicono che i maggiori vantaggi sono stati ottenuti sull’altopiano della Bainsizza. Vogliamo sperarlo, perché da noi si è progredito poco. Si sa quello che vediamo nel settore nostro, una molecola nell’infinito organismo operante; ma l’esito delle battaglie ingaggiate si può conoscere solo dai bollettini; perché il sapere è in ragione inversa della vicinanza al nemico. Quindi la sola preoccupazione nostra dev’essere quella di assolvere bene il particolare compito affidatoci pensando che non siamo che un anello della lunga catena che cinge e difende la Patria.
Riprendiamo la vita di stasi solita dopo le battaglie, con risparmio di colpi ed osservazioni meno intense, siano aeree che di linea. Anzi, possiamo scendere alla riserva, dove ci ripuliamo e dormiamo. Io e un altro collega siamo nella camera di primo piano che guarda con le finestre proprio il San Marco e tutto il Carso; altri hanno preferito alloggiare nelle cantine. Io ho preso tanto umido, e respirato tanto tanfo nelle caverne, che ora voglio star bene: quanto al pericolo, tutti sanno che sono “fatalista”, e che quando l’ora sarà suonata, allora addio !
Non stupida sfida a sprezzo della vita, della quale anzi sento tutto l’immenso valore; ma per un semplice bisogno dell’anima, oltre che del mio fisico, io voglio quest’aria, questo spazio, questa libertà, dovessero costarmi la vita.
La sera, le finestre della camera sono tappate con coperte, che non rimanga un minimo lucore a bersaglio del nemico; e si va a letto al buio; chi vuol fumare fuma prima di coricarsi. Una sera del settembre, la seppero infatti, i colleghi e i soldati della riserva, l’imprudenza di una candela accesa e di uno spiraglio che lasciava schiarire la parete della villa vicina: si sentirono da una parte e dall’altra, avvicinarsi i colpi, e mentre gli ultimi si precipitavano in cantina, un 210 scoppiò fragorosamente nel cortile, tra cavalli e conducenti, che furono protetti dalle dense “balle” di paglia.
I giorni di riposo passano tra la batteria e la riserva; nelle ore libere andiamo anche… al caffè del corso ex Francesco Giuseppe, ritrovo di tutti gli ufficiali. E’ bello essere lì serviti dai camerieri come nel caffè di una qualsiasi città interna, e trovarsi a pochi minuti di cammino dalla linea. Nella Piazza sottostante al Castello vi son pure negozi, per lo più di profumeria, e uno di essi è gestito da una bella figliola alla quale compagni e colleghi fan l’occhio di triglia. Arrivano spesso, nella piazza, sforacchiando e sbrecciando qualche muro di casa, colpi di grosso e medio calibro, ma la gente attaccata al suo lucroso lavoro vi resta, incurante del pericolo. Il tabaccaio, però, che se ne stava solo solo là all’angolo, è stato trovato sepolto dalle macerie della sua stanza colpita da un 305. Pure, questi “civili” così vicini alla linea infondono una certa sicura calma.
Facciamo ricognizione a ridosso di quota 174. In un punto la separazione fra la nostra vedetta e quella nemica è data solamente da una fila di sacchetti a terra, cosicché gli avversari possono non solo parlarsi, ma stringersi la mano. Ci dicono di poter guardare in là, ché v’è il tacito patto del rispetto reciproco. Io mi affaccio, e vedo un viso ossuto con gli occhi scuri, profondi, che mi guardano con un senso di meraviglia.

 

Ecco l’uomo.


Tutto è quieto nel meraviglioso mattino. Il Carso si profila nitido, a destra; a sinistra il S. Gabriele e il M. Santo dominano e proteggono Gorizia, la perla dell’Isonzo sacrato da tanto sangue. Val delle Rose ci manda il suo profumo, e la natura tutta c’invita alla meditazione, alla quiete, alla vita, come se si beffasse delle cattiverie degli uomini e dicesse l’inanità dei loro sforzi a sovvertire un ordine di cose che forse è tanto profondo, e perciò a noi impenetrabile.
Per il desinare siamo alla riserva, insieme con gli ufficiali della batteria del Cap. Marucci, che alloggiavano nella villa accanto, e i discorsi cadono sulla durata della guerra, e sulla durata di questo stato di quiete che quasi sempre è foriero di gravi avvenimenti. Anche la sera siamo quasi sempre riuniti, e nelle veglie non mancano il buon vino, i buoni liquori e la musica; sì, la musica rappresentata da un chitarrista eccezionale, che s’è portato il suo strumento da casa. Saranno poi quelle stesse corde che segneranno il passo di marcia nella ritirata, rianimando i soldati stanchi, con la melodia del “bell’alpino” a cui si raccomanda di difender sempre la frontiera. Ora invece ci si distrae con qualche nostalgica canzonetta in voga, come “Reginella”, cantata pure da un cantore d’eccezione, e d’occasione, a cui tutti gli occhi e i volti sono attenti, mentre gli animi rivanno a mondi di gioventù forse finiti, a tratto a tratto rammemorandosi della sede aperta alla tragedia.
Arrivano complementi. Tutti giovani che vedono e sentono il fronte per la prima volta. Ma pochi giorni prima, solo, n’è arrivato uno che si distingue come un cavallo di razza fra cento comuni: un caporale diciannovenne, magrolino, quasi infagottato nella divisa e un po’ timido; svela dietro le lenti strette al naso uno sguardo mite, pensoso, quasi triste. Gli domandiamo il titolo di studio, e gli altri dati soliti. Ci risponde che sarebbe già iscritto all’Università se un tifo mortale non lo avesse proprio mal fermato nei suoi studi, e che è abruzzese. Della sua terra infatti si vede se non l’aspetto fisico, ché non è né robusto né imponente, ma sì la taciturnità operosa, seria, fattiva.
Chi ce l’avrebbe detto ? Avendo la guerra risparmiato lui e me, saremmo divenuti, per epistolografia, amici devoti, e un giorno, non più ventenni, ci saremmo imbattuti nel bel mezzo di una sala universitaria: io e mio padre che eravamo venuti a bella posta ad attenderlo là, e lui che scendeva dalla cattedra ove aveva sostenuto, alla commissione di undici professori, la sua tesi di laurea, con un’animosità e convinzione matura, che forse non tutti quegli illustri commissari seppero qualità foggiate nell’esperienza sovrana della guerra.
Presentatosi alla nostra riserva, in un giorno tempestoso d’azione, – egli ricorda, 17 agosto, inizio dell’azione della Bainsizza – lo assegniamo alla fureria, ove proprio mancava uno che sapesse fare, ma il mio futuro amico non si dimostra troppo soddisfatto. Forse, anzi certamente – ché dopo ebbe a confessarmelo – , gli sembrava d’essere imboscato.
Quando infatti io tornavo dalla linea, in arnese… omerico, con i miei capaci scarponi pieni di fango, colla divisa tutta inzaccherata di rosso che le dava la terra di scavo, con la cravatta divenuta d’altro colore, e la barba lunga, l’elmetto in capo e il moschetto a tracolla, e ostruivo la porta della fureria con la mia alta statura, Anelli mi guardava con uno sguardo indefinito che non sapevo se di ammirazione o di pietà. Una volta mi disse che avrebbe voluto tornar lui così dalla linea.
Ma un bello scherzo, mi die’ lui l’occasione di giocarglielo, un giorno.
S’aspettava il primo rancio, e si notava un’insolita inquietudine artiglieresca del nemico, che doveva disturbare i venienti dalla città, quando vedemmo risalir la valletta la solita salmeria, e al lato del conducente, agile e tranquillo, il caporale furiere, con una borsetta, a tracolla, che per i soldati significava, quando il tempo era maturo e inoltrato, la loro cinquina. Infatti egli, senz’aspettare di essere comandato come al solito a consegnare nota e denari a un graduato che dovesse far strada, aveva seguito il prepotente impulso morale di affrontare il viaggio malsicuro, e di metter anche lui piede nella viva zona del combattimento. Chi diede prima l’annunzio provocò un consenso generale: uscii anch’io dalla grotta per gridar coi soldati alla novità degl’ “imboscati” che menavano il mal tempo delle cannonate. Della quale accoglienza, il giovinetto dalla coscienza dignitosa, col suo sorriso, appariva tra sconcertato e soddisfatto.
Bisogna dire che per la vedetta ch’era avanti alle linee, tutti gli uomini della prima trincea, a tre passi, erano “imboscati”: e, per questi, imboscate erano le riserve appiattate in una casa a cento metri, e via di seguito. L’imboscamento era di grado in grado relativo.