Memorie di guerra di Menaldo Taccola – Puntata 8

Quando invece il turno ci mandava alla riserva, ov’era una baracchetta con brande, ci pareva d’andare a festa, ché là si poteva metter fuori il naso senza paura del “cecchino”, si potevano allungar le gambe (queste mie povere gambe a tutti fastidiose), potevamo lavarci.
E la vita della retrovia – come noi la chiamavamo – a pochi passi dalla trincea di prima linea, era gustosa e riposante.
La sera, dopo la mensa, conversazioni animate, con soggetto prevalente la donna: al quale rimanevo insensibile, perché ormai il mio cuore era seriamente impegnato. Sapevano, infatti, i colleghi, che Taccola tutti i giorni riceveva e spediva lunghe lettere, e che a scriver o legger queste, passava le sue ore libere. Quando poi l’ora tarda estingueva le discussioni e metteva fine al giuochi più o meno “d’azzardo”, come li si diceva, o alle letture, si andava a dormire, beatamente coperti. Al mattino, caffè in branda, da gran signori, e presto una sigaretta, o ripresa di una discussione non esaurita la sera. Con compiaciuta indolenza si procedeva alla toletta. Barba, ogni giorno o quasi, a compenso delle lunghe settimane che ce l’eravamo tenuta non rasa, acqua di colonia al viso, brillantina ai capelli, cravatta di bucato fuori dal colletto, scarpe da montagna bene ingrassate, mollettiere aggiustate con arte (anche in questo bisognava esser pratici): così, come se si fosse a decine di chilometri dalla linea.
Esser liberi, si pensi, fuori di una trincea angusta, umida, fetente, ove non era possibile né dormire, né fumare, né starnutire; potersi muovere, gridare, stendersi, respirare, sottratti all’occhio del nemico: solo chi sa quella prima tortura può comprendere la voluttà di questi ritorni alla vita !
Improvviso, come tutti gli ordini di cambiamento di settore, ci giunge l’ordine di portarci a Cittadella, ove avremmo trovato il treno per il nuovo destino della batteria.
Discesa, traino, sosta a Cittadella, con dormita in casa, in letto con bianchi e odorosi lenzuoli, che non conoscevamo da tempo; che danno una voluttà nuova e squisita, come il profumo di una rosa di maggio a chi esce da un luogo sudicio e nauseabondo.
Partiamo, con l’ordine chiuso in una lettera, che il Comandante dovrà aprire solo a San Giovanni di Manzano. Ufficiali e truppa, ci diamo da fare nelle congetture circa il luogo assegnato, e pensiamo con ansia al disigillo della lettera, mentre il treno va lento, quasi sonnecchiando, di cittadina in cittadina, di paese in paese, finché giunge a San Giovanni.
Aperto il plico, sappiamo che il nostro nuovo luogo è Gorizia. Veniamo così a far parte della gloriosa terza armata, logorata da dieci e più battaglie che han dato tuttavia poco terreno.
A Gorizia dormiamo all’albergo “La Posta”, e l’indomani via a piazzare la batteria a Valle Rafut sotto casa Vulcano. La riserva, invece, viene alloggiata in una villa del corso già “Francesco Giuseppe”. Una villa comoda, bella, col difetto solo di tutte le case di Gorizia, di essere sotto il tiro del cannone e della mitragliatrice. Tuttavia, che importa ? L’abitare in una casa, anche sforacchiata, esposta a mutarsi da un momento all’altro in tomba, è tale privilegio, che la riserva ne è entusiasta.
Lavoro da negri per costruire le piazzuole, i camminamenti, le riservette, perché siamo nel fianco di una collinetta dalla terra rossa e tutta smossa che va sostenuta con paletti, graticci e fili di ferro. La densità delle bombarde e dei pezzi d’artiglieria è forte su questo settore, e così gli spazi disponibili per le nuove postazioni sono limitati e ristretti.
Abbiamo sempre le nostre gloriose 58 A dell’Ortigara; anche qui occorre mettere una sezione staccata avanti, fuori delle linee, che possa battere anche oltre i primi reticolati e le prime trincee. Durante lo scavo per la postazione, affiorano due cadaveri in stato di avanzata putrefazione, alla cui vista e al cui puzzo, l’aspirante Pescarmona, un astigiano, buon bevitore e coraggioso a tutta prova, che dirige i lavori, sviene.
A forza di sondaggi, troviamo dove collocare la sezione. E’ un terreno, però, già tutto sconvolto, rovinato, dove occorrerà lavorare di notte e con molta prudenza, perché si è alla vista del nemico e a pochi passi da esso.
Si annuncia una nostra grande offensiva: corrono le voci dai fanti agli artiglieri e viceversa. Ci assegnano i rettangoli di tiro, si fanno esplorazioni nei diversi settori per orientarci, per vedere. Occorre prepararci con cura meticolosa a questa che dovrebbe essere un’enorme spallata verso Trieste. Facciamo tiri di aggiustamento e inquadramento sugli obiettivi assegnatici. Ci rispondono coi barilotti e i grossi calibri. Si sta freschi, così !
Saliamo all’osservatorio di prima linea ove dormiamo due notti di seguito per osservare e riferire sui lavori del nemico e suoi eventuali movimenti di truppe, che potessero rilevarsi dal lancio dei razzi.
E’ con me nell’osservatorio il capitano Vichi, uomo dalla corporatura robusta, non più giovane, buono e affettuoso con tutti, come un padre di famiglia, amato e obbedito, perciò, prontamente dai suoi soldati.
Dormiamo nella stessa caverna. Verso l’una di notte, la prima sera, mi desto di soprassalto, sentendo rumori strani. Mi alzo, accendo la lampada elettrica, e scorgo topi enormi, i nostri indivisibili compagni (come i pidocchi) delle caverne e delle trincee, che passano da un palo all’altro dell’armatura della galleria, ed entrano nei tascapani a cercare del buono, che poi si dividono rincorrendosi e fischiando. Volgendo lo sguardo verso il capitano, vedo sulla sua pancia voluminosa e tutta scoperta, un topo, dolcemente accomodato. Lo desto: egli ascolta, si ricopre, e si volta seguitando a dormire. La stanchezza è garanzia contro ogni fastidio.
Bombardamento. Preparazione intensa. Scatti delle fanterie. Mitragliare violento dalla parte nemica. Le ondate del nostro settore s’infrangono contro la muraglia della difesa; solo in qualche piccolo tratto sfondiamo e avanziamo.
La selva di Ternova, a due passi, è tutta fuoco, per le nostre granate incendiarie, ma le riserve nemiche riescono ugualmente a portarsi avanti a turare le falle. Quota 174 est è presa e riperduta. Il rosso San Marco, gibboso, tutto sconvolto, come lavorato da mille aratri, che non pare possa tenere ancora dei vivi a difenderlo, spara maledettamente e ributta le nostre ondate d’assalto, annientandole. Non meno furiosa ed eroica è la lotta per quota 126 di Grazigna. Ributtati una volta, il colonnello Bechi trascina il reggimento allo sbaraglio. La quota è presa, ma il colonnello ha pagato l’atto superbo e audace con la vita.
I fanti non sono vili; anche da soli persistono; ma quanto più rendono se gli ufficiali, con sprezzo della vita, precedendoli, additano loro la meta !
Ma sulla quota la lotta continua implacabile tremenda.
I feriti sono sgombrati e messi al riparo, i morti sono accatastati. La partita è quasi perduta per noi, allorché l’aiutante maggiore della brigata salta fuori dalla trincea, ed ergendosi in tutta la sua statuaria bellezza di sfida alla morte, chiama i soldati, li incita, li guida, li precede, li porta alla conquista della quota sempre contesa. Però una fucilata ha forato un braccio al valoroso, che deve consegnare la linea ad altri ufficiali e se ne scende, quindi, calmo e tranquillo al comando di brigata; mentre dall’osservatorio divisionale ci telefonano (solo il telefono nostro funziona ancora) per sapere il nome dell’ufficiale che così spavaldamente e felicemente si è esposto.