Memorie di guerra di Menaldo Taccola – Puntata 5

I mesi passano, il tenente Papa è contento di me e il colonnello è felice, tanto che, al trasferimento di un ufficiale, mi vuol con sé al comando come ufficiale esploratore.
Lunghe ricognizioni, col mio comandante, ora a piedi, ora coi muli, sotto la pioggia, la neve, la tormenta. Del resto, la vita nel settore è calma. Solo dei bombardamenti arrivano ogni tanto, senza gran danno. Le batterie del nostro gruppo battono, dal loro nascondiglio, la Valsugana, e colpiscono preciso, senz’essere individuate.
Il colonnello mi racconta le battaglie che ha durate sul Carso con l’artiglieria da campagna, e sento come là debba essere molto più agitata e in pericolo la vita.
Il tempo trascorre onestamente veloce, anche in tempo di guerra, ed ecco che il comandante viene trasferito. Ci lasciamo con dolore. Dopo la guerra, ho avuto, però, la felicità di rivederlo, il buon colonnello ora generale, e di poter rievocare con lui quel passato rimasto un po’ addietro, ma sempre fresco e vivido come cosa d’ieri.
Viene al comando il ten. colonnello Spanò, ottimo ufficiale e buon padre che mi lascia al posto finora ricoperto.
Ed ecco l’ordine di trainare i pezzi alla stazione di Grigno, destinati ad un altro settore. Andremo verso il Carso infernale.
Partenza, viaggio in ferrovia, arrivo nella piana del Vippacco, dove si piazzano le batterie.
Cominciamo le ricognizioni sul Faiti, sempre bombardato e conteso.
Vita veramente dura. Qui la guerra è senza soste; ovunque, per tutti, è pericolo.
Le batterie sono piazzate molto avanti, poche centinaia di metri dopo le linee, e tutto è schierato e puntato avanti, là dove son lanciate le anime, nella sete della vittoria, della vittoria lunga e dura a ottenere.
Un soldato curioso e imprudente si mette a togliere la corona di forzamento da un proietto inesploso; quello esplode, e riduce in poltiglia il disgraziato. Tre altri son feriti. Non bastano le perdite che ci dà il nemico ?
Il colonnello va in licenza (ha moglie e figli, di cui tiene sul tavolo le fotografie, che suol con tanta gioia rimirare) e resta comandante interinale il cap. Rodriguez.
Passano giorni di quiete. Un mattino, squilla il telefono. “Pronto, con chi parlo ?”. “Col raggruppamento.” “E noi ?” “Col sottotenente Taccola”. “Proprio lei volevamo: senta, è stato sorteggiato pei Bombardieri.” “Va bene, arrivederla !”
Quando ricevei questa telefonata, io ero ancora al comando di gruppo. Saltare da questo posto a bombardiere era, almeno in teoria, e dirò come fosse stato solo in teoria, cadere dal paradiso nell’inferno, da una vita quasi sicura e tranquilla a quella della prima linea, tremenda, e senza neppur turni come ne ha la fanteria.
I colleghi non temettero di esclamare: “Povero Taccola !”; e non erano dei vigliacchi. L’esser destinato nei bombardieri, per gli stessi fanti che venivano all’arma da reggimenti provati, valeva una punizione. Il giorno della mia partenza, pranzo d’addio. Auguri e incoraggiamenti, come se io movessi proprio all’al di là.
Ma io partii calmo, come un “fatalista” (tali bisogna essere in guerra, rassegnati a un destino prefisso, così com’è necessario credere nell’esistenza di un Essere Supremo); e anche più contento perché mi si concedeva, prima della presentazione a Susegana (la scuola dei primi bombardieri, sul canoro Piave), una visita breve ai genitori e alla bimba. Potevo rivedere la fidanzata: non quella dei passatempi, come avevano molti colleghi, ma la fidanzata che oggi è la madre dei due maschiotti che allegrano e sconvolgono la mia casa !
Dopo la dolce parentesi familiare, durante la quale cercai di attenuare ai miei i pericoli della vita del bombardiere, e ripetei che il destino è destino, e che l’audacia aiuta i forti, mi presentai al comando di Susegana.
Accolto festosamente dai colleghi sempre buoni e generosi, iniziai il mio corso, reso alquanto importante dalla presenza fra gli allievi di S.A.R. il Principe di Salemi – che poi seppi eroico comandante di batteria, deceduto subito alla fine della guerra ai pie’ del sacro Grappa – , e dell’allora sbarazzino, irrequieto capo del futurismo, Marinetti, ora Eccellenza Accademico.
Al termine di quaranta giorni, andammo al Deposito nella vicina Nervesa, per la destinazione che non tardò a venire. Fui assegnato alla 46^ Batteria, bombarde da 58 A, di quelle che stavano, quando la gittata suppliva, in linea con la fanteria; se no, più avanti. La batteria che raggiunsi subito era a riposo a Cartigliano sul Brenta, e il giorno dopo il mio arrivo, si partì pel Trentino, per prepararci a un’azione di grande stile che poi si chiamò “disastro dell’Ortigara”.
Dopo un viaggio lungo e pericoloso, per la neve che dava facilità ai camion di slittare e precipitare in basso, arrivammo al settore assegnatoci, dove al punto dei baraccamenti trovammo guide che c’indicarono i nostri alloggi e c’illuminarono sui nostri compiti.
S’era nel marzo 1917, in una zona elevata a più di duemila metri, con delle giornate ancora chiuse e grigie come d’inverno, freddissime, e altre chiare, tepide, con inizio di disgelo che tutto allagava. Quotidianamente trasportavamo, con slitte trainate da cavalli e da uomini, i materiali per le postazioni delle bombarde, e il lavoro era difficile, sfibrante, o perché ci si reggeva male sul ghiaccio, o perché s’affondava nella neve liquescente. Ricordo un giorno più tremendo degli altri. Ordini severi, di accelerare la costruzione dei ricoveri e delle postazioni, senza risparmio di fatica. Gli uomini erano sfiniti, le bestie stanche da morire, quando ci mettemmo all’ultimo viaggio della sera. Bisognava superare una ripida ascesa. I cavalli, i muli, ansimando cadevano, si rialzavano alle imprecazioni dei conducenti; che quando non bastavano, divenivano pure urli inumani, frustate e legnate, per trarre dallo spasmo dei logori corpi l’estreme energie. In uno di questi sforzi, due tre quadrupedi (erano in fila indiana, nello stretto sentiero, e attaccati l’uno all’altro da strette tirelle) caddero insieme, e trascinarono gli altri cavalli e la slitta, con precipitare fragoroso, giù nella valle.
Accorremmo: qualcuna s’era rialzata, qualche altra fu sollevata da noi; ma un cavallo, il più bello e volenteroso, aveva una gamba rotta. Il nobile animale se ne stava quieto e come conscio della sorte che lo attendeva. Io lo guardai con pietà. Moriva un di quelli che son catalogati con un numero, fra gl’ “irragionevoli” – ma con quale certezza e diritto ? – e io invece ricordavo il baio della mia giovinezza, che mi portava alla passeggiata o al teatro o all’amore…, il mio svago e la mia passione ! Fuggii lontano per non vedere come lo finivano, poiché non lo si voleva lasciare in preda alle sofferenze e alla fame.