Memorie di guerra di Menaldo Taccola – Puntata 2

DALLA PACE ALLA GUERRA
Siamo al 23. Due nazioni che fino ad oggi han potuto discutere e cercar d’intendersi, e che potevano almeno sopportarsi, questa notte affideranno ai cannoni, ai fucili, alle mitragliatrici, e soprattutto al sangue vermiglio dei loro figli migliori, la risoluzione dei loro contrasti materiali e ideali ! Come in passato così nel secolo ventesimo. (E fino a quando?).
Per mezzanotte precisa, ecco questi gli ordini; apriremo il fuoco sui forti di Dosso del Sommo, e Sommo Alto, e sulla ridotta del Plaut, sullo sbarramento esteriore, cioè del campo trincerato di Trento.
Molte sono le nostre speranze, come le illusioni della gioventù; le quali saranno distrutte dal nemico, asserragliato nelle sue fortezze, e facilitato nella difesa dalla nostra inerzia iniziale.
Io sono scelto dal capitano Caratti a seguirlo all’osservatorio come goniometrista, e verso le ventidue partiamo per il Monte Toraro (1850 m.).
Ci collegheremo ai comandanti dei pezzi con una catena di uomini che trasmetteranno i fogli coi dati di tiro segnati dal Capitano.
Con poche armi, e lo spirito persuaso della necessità di pochi sacrifici, senza neppure un telefono per ogni batteria, noi entrammo in guerra; e nel giorno da noi scelto, sollecitati dal rovescio dei Russi. Meglio sarebbe stato attendere la preparazione materiale: che cosa avrebbero fatto i nostri soldati con cannoni, mitragliatrici, fucili, e munizioni abbondanti ?
La catena di uomini funzionava come poteva. Alla mezzanotte partì la prima salve di batteria, che andò poco lontano dall’obbiettivo. Il Capitano corresse e d’allora in poi, sempre egli mi fece tener nota dei tiri, cosicché fui come un segretario della batteria, che dopo pochi giorni sapevo i dati da comunicare ai pezzi per questo o quest’altro obbiettivo.
Sparammo tutta la notte e il giorno appresso, e con noi spararono tutte le altre batterie del settore, senza vedere un de’ nemici, senza avere un colpo di risposta. Credevamo che i nostri fanti avessero avanzato; invece essi attendevano ordini; forse non erano pronti; infine, non so che facessero. E noi continuammo questo fuoco tambureggiante, inutile, stupido, per tre giorni e tre notti. Quando, finalmente, i nostri tentarono l’avanzata, il nemico aveva già preso posto nei forti, aveva popolato camminamenti, trincee, osservatori, e sparava.
Fu convinzione generale, anche d’ufficiali d’alto grado, che si fosse errato enormemente nella tattica, e si fosse perduta, col non lanciare le truppe il 24, un’occasione che poi non si sarebbe più presentata.
Infatti, si susseguirono le offensive, e il nemico c’inchiodò sempre, sanguinosamente, ai punti di partenza.

Avevamo quasi finite le munizioni, quando venne l’ordine di cessare il fuoco, e nell’animo nostro restò una profonda amarezza.
Riordinavamo, così, la batteria, ed ecco arrivare il primo aeroplano nemico sopra di noi. Comincia a roteare sulle piazzuole costruite dei borghesi, e dopo un istante, un ululato tremendo, un 305, che par che ci venga sul capo. Riflettiamo alla sua traiettoria, quando uno scoppio
tremendo ci fa sobbalzare ed è tutto un volar di schegge, di sassi, per l’aria, divenendo ogni cosa ormai strumento d’offesa.
Ci alziamo da terra e ancora sentiamo il frusciare delle ultime più grosse schegge, che vengono a cadere a pochi metri da noi, che raccogliamo bollenti ancora. La buca fatta dal proietto è grossissima, a pochi metri dal finto primo pezzo.
L’aeroplano continua a rotearci sul capo, e un altro “treno” (un 305) si annunzia. Allora il Capitano dà ordine di far fuoco coi fucili. Fu come un segnale. Da ogni linea, da ogni colle, da ogni trincea si scaricò un fuoco di fucileria tremendo, del quale però il velivolo non fu preoccupato, ché esso seguitò nel suo lavoro di segnalazione e di osservazione. Infatti, i 305 arrivavano con matematica regolarità, con sempre maggiore precisione, finché il finto primo pezzo apparve lanciato in aria. Poi il tiro si spostò sul rimanente della finta batteria, mettendola tutta sossopra; senza che noi potessimo colpire l’uccellaccio ostinato, che solo dopo assolto magistralmente il suo compito si allontanò.
Nessun morto, nessun ferito; le cartucce esaurite. Se la postazione fosse stata in servizio, ora non avremmo più un pezzo. Questo vantaggio potevamo trarre dalla preparazione fatta con l’opera dei civili del luogo !
La sera, dagli altri comandi, ci arrivò un “cicchetto” per la sparatoria, che aveva finito le munizioni, e l’ordine di non usarne più mai contro gli areoplani. Anche la fanteria di prima linea era rimasta senza cartucce, sicché il nemico avrebbe potuto avanzare senza essere contrastato da fuoco di fucileria. Tuttavia pensavamo: come sopportare le visite micidiali degli uccellacci? E i nostri areoplani ?
I nostri erano, come i telefoni, pochi, e dislocati dove credeva la sapienza dei nostri comandi. Sopportammo quindi le incursioni dell’osservatore nemico, e i tiri del 305, che un giorno prese in pieno una trincea di prima linea a Campomolòn (a quel tempo in prima linea i soldati stavano pigiati come sardine, e solo più tardi noi imparammo che specialmente di giorno bastavano le vedette), uccidendo dodici soldati e ferendone una ventina. La notizia si sparse fulminea nel settore addolorando comandi e truppe, e pareva quasi che la lotta fosse insostenibile. Non eravamo ancora temprati alle stragi e al tiro dei grossi calibri.
Giunsero promesse di pezzi di grosso calibro coi quali avremmo potuto controbattere il nemico. E giunsero degli ansimosi 280, che sprecisi nel tiro, quando riuscivano a colpire una cupola o una torretta dei forti corazzati, facevano una scalfittura, nel cemento (vedevamo così bene col canocchiale Zeiss da assedio), tanto che i difensori, uscendo bellamente fuori con del cemento a presa, subito tappavano. Così il nemico si beffò del nostro tiro, e i suoi forti, col loro fuoco celere e preciso, furono il principale insormontabile ostacolo alle nostre avanzate.
“Questo stato di cose non può continuare” dice il nostro Capitano che è molto ardimentoso. “Vedrete che faremo una grande offensiva e passeremo.
Vedi, Taccola, là ? E’ l’altopiano dei Sette Comuni. Più in fondo, davanti a noi, è l’ Altipiano di Lavarone, famoso per la villeggiatura: vedi infatti quei grandi e belli alberghi ! Quello più a sinistra, poi, è il forte col campo trincerato di Luserna, e l’altro sulla nostra destra è il forte Verena. Più indietro è punta Corbin. Questo dietro a noi, che ci serve di falso scopo di batteria, è il Pria Forà: si chiama così perché in cima, presso la punta, vedi, è traforato, e pare come un occhio di bue. Qui alla nostra sinistra, questo massiccio gigantesco è il Pasubio”. Questo e altro m’indicava il buon capitano Caratti, orientandomi.
Io ero felice di sapere e vedere, mentre i miei compagni sparavano senza vedere e saper di nulla. Tale, infatti, l’azione di batteria, sparare e ricevere le offese del nemico senza vederlo. Meglio cento volte la vita rischiosa dell’osservatorio, che morire in batteria come talpe.
“Ora che ti sei orientato, ti dico che sfonderemo qui, nella linea dei forti, e poi, alle spalle del nemico, la via verso Trento”. Illusioni e speranze purtroppo presto troncate.
Venne l’ordine di prepararci all’offensiva per la presa di Monte Coston, che domina di fianco Campomolòn inibendo.
Rifornimento di munizioni, pulizia accurata ai pezzi, costruzione di riservette per le munizioni stesse, e di una trincea dietro ai pezzi, dove siano al riparo i tiratori, essendo ormai pericoloso stare schierati in batteria, quando i pezzi son di ghisa, facili a scoppiare.