Memorie di guerra di Menaldo Taccola – Puntata 10

Fu distribuito il rancio, alla svelta, ché si era abbastanza cimentati dall’arrivo di qualche shrapnel, e dopo il rancio io feci tirar fuori un tavolino, lo aggiustai in una piazzuola di bombarda perfettamente scoperta, e ordinai che lì fosse fatta la cinquina. Né il furiere né i soldati erano evidentemente del parere che l’operazione si dovesse compiere in tanto ordine: ma io mi accomodai tranquillo, avendo di fronte a me il caporale, e i creditori – unico caso al mondo – furon dovuti spesso sollecitare e sgridare, perché uscissero dal nido, perché insomma non erano indifferenti per ciò che frullava nell’aria.
Né pago di questo, diedi, al mio futuro amico, un più compiuto battesimo: feci immediatamente annunziare per telefono il suo arrivo in postazione al comandante che era in osservatorio avanzato, dicendogli il desiderio del nostro caporale… di visitarlo in quella sede. Quella visita, mi confessò lui, quando fummo in confidenza, fu un’interpretazione mia psicologica un po’ abusiva. Tuttavia, egli si fece onore, affidandosi serenamente alla guida di un portaferiti – il becchino di batteria – che lo condusse al primissimo posto, dove si respirava davvero vicino l’aria del nemico.
Una lettera piuttosto pesante mi giunge dalla vecchia batteria che ho lasciata sul Vippacco, con i cui ufficiali mi son tenuto sempre in affettuoso collegamento spirituale. L’apro con curiosità mista a trepidazione. C’è una cartolina non finita di scrivere del tenente Tempestini; in una lettera il capitano Rodriguez, comandante del Gruppo, mi dice che il povero Tempestini la stava scrivendo quando una granata l’ha ucciso. Amico tanto buono e semplice, il suo ultimo pensiero è stato per me ! Resto sbigottito, allibito. E pensare che quando partii dal Gruppo, egli era pensoso della mia sorte ! Ora il buono e diletto amico non è più, mentre io sono ancor qui, ad attenderla, la mia sorte.
Dal Comando di Gruppo giunge l’ordine di scendere a Gorizia. Adunata completa dei Comandanti di Batteria. Con gravità il Maggiore ci dice che da informazioni raccolte si ha la percezione che l’Austria prepara una grande offensiva per indurci alla resa.
Si danno per iscritto tutti gli ordini pel caso di ritirata; che prevedono la strenua difesa come la distruzione delle bocche da fuoco (obbligo d’istruire i serventi a preparare i sacchetti “a terra” per otturare le volate e far saltare i pezzi).
Ci domandiamo nell’intimo se davvero il pericolo sia tanto. Intanto, il nostro comandante di batteria è ugualmente mandato in licenza.
Il comando rimane a me. La bufera si addensa. Mio cuore, reggi alla prova. Da subalterno, si obbedisce con intelligenza e buona volontà; ma da comandante, la disciplina è un’altra.
Io sento sulle spalle la responsabilità. Un solo ufficiale pratico e coraggioso, ho in batteria. E poi, quell’agire d’ “iniziativa” che compete al comandante, ha con sé il pericolo delle sanzioni dolorose, in caso d’insuccesso, più che non di premio nel caso opposto.
L’offensiva nemica è imminente. Noi abbiam tutto previsto e disposto. Io starò all’osservatorio avanzato.
Appena cominciato il bombardamento nemico, noi cominciammo a controbatterlo con intensità, e questa musica il giorno, la notte, e il giorno dopo: mai bombardamento fu più infernale da entrambe le parti.
Ma intanto l’artiglieria di grosso e medio calibro ripassava l’Isonzo, lasciando in azione quella da campagna; che poco dopo ricevette anch’essa l’ordine di portarsi su una linea più arretrata.
Noi restiamo, coi morti in batteria, fra i quali è un bel giovane biondo, aitante, giunto appena dalla licenza, e accorso al pezzo a far fuoco, prima ancora di poter consegnare agli amici i doni che portava loro della famiglia. Ma ecco una telefonata che tronca la tragica attesa, chiamando i Comandanti al Gruppo.
Pensiamo si tratti di cosa gravissima, perché ci si faccia lasciare i reparti in questo momento, e avventurarci in via. Arriviamo in fretta, e il maggiore ci viene calmo, anzi c’invita a sedere; mentre il bombardamento nemico che s’ode più intenso ci fa tremare per le batterie senza capo. Si trattava, peraltro, di sapere come bisognava contenersi d’ora innanzi per i buoni di prelevamento. Ond’io, non impaziente, domandai il permesso di partire subito, dove mi sentivo chiamato, dal pericolo della mia batteria.
E la città che traversavo di corsa, era tutta piena del movimento di ritirata: truppe salivano, altre scendevano, i feriti venivano sgombrati, visi spauriti s’affacciavano dalle cantine, dai punti scoperti era un fuggi-via, che il nemico tirava senza riguardo alla città.
Imboccai valle Rafut, che colpi d’artiglieria e “barilotti” (un’imitazione delle nostre bombarde) centravano la mia cara batteria e quella da 240 più indietro.
Sosto, in terra, per riprendere fiato, ed ecco lo vedo, un barilotto che vien verso di me: mi sembra di poterlo quasi respingere con le mani… Mi distendo lungo, fo di ripararmi il capo con le mani… ed è lo scoppio tremendo. Son ricoperto di pietre e di terra, e un puzzo di polvere bruciata mi avvolge penetrandomi nelle narici. Quando mi alzo e mi tasto, illeso, e mi scuoto la polvere di dosso, guardo e vedo sventrati, a due passi da me, due poveri soldati che portavano il rancio. Dalla cassetta di cottura fluisce il brodo. Dopo tre secondi d’attesa, quanti ne volli per riflettere e dirmi vivo, e ripetermi l’ordine del dovere, mi rimisi in corsa nella valletta, e in batteria giunsi a precipizio, accolto festosamente dai colleghi e dai soldati che al colpo del barilotto m’avevano creduto spacciato. Debbo raggiungere l’osservatorio, sono altri duecento metri sotto il solito, infernale, bene aggiustato bombardamento.
Bevo del caffè freddo, mi rianimo un po’, e via di nuovo. Con volate e soste arrivo all’osservatorio.
Il nemico spara, spara, ma non si muove dalle trincee; che aspetta ?
Pattuglie nostre escono per vedere e capire la ragione di questa condotta. La capimmo dopo l’offensiva, esso voleva tenerci inchiodati alle posizioni per prenderci poi nel cerchio tremendo aperto da Caporetto al mare. Di attaccarci prontamente, di gettare altri uomini, a lui non interessava più, ora che la rete era tesa per trarci comodamente alla riva.
Ed ora, con calma, ripensando a questa manovra, ricordo quando giovanetto mi dilettavo alla pesca nelle chiare acque del nostro Arno, col retone o tramaglio. Quella pesca si fa infatti così.
Siamo rassegnati alla nostra sorte, e continuiamo a sparare, quando arriva quest’ordine scritto – o saluto ai morenti – dal Comando di Raggruppamento.
“Seguo con vigile ed affettuosa cura le mie belle e valorose Batterie da 58 che disimpegnano con tanta passione ed efficacia la nuova mansione (difesa anziché offesa) affidata alle Bombarde.
A tutti i Comandanti, Ufficiali e soldati i più fervidi auguri.
Colonnello Scalettaris”.