Memorie di guerra di Menaldo Taccola – Prefazione

Menaldo Taccola nel 1959 (uomo in piedi)

Cari lettori,

a breve inizierò la pubblicazione a puntate del diario di guerra di Menaldo Taccola di Uliveto Terme (frazione di Vicopisano – PI) per la gentile concessione dell’amico Marco Anelli, del quale segue la prefazione. L’opera completa sarà disponibile nella sezione “A puntate”  del sito. Buona lettura.

MEMORIE DI GUERRA DI MENALDO TACCOLA  –   PREFAZIONE di Marco Anelli

Dalle trincee, dagli osservatori d’artiglieria, dalle linee di tiro delle bombarde, dai baraccamenti della Grande Guerra, il tenente Menaldo Taccola di Uliveto (Pisa) veniva visto scrivere spesso ai suoi familiari, ma nascondeva, nelle lettere, le tragedie delle battaglie, disvelate infine nel 1931 in questo epico racconto di tre anni e mezzo di vita al fronte, scritto perché i figli, nati nel dopoguerra, sapessero. Ma ci fu chi valutò, a ragione, che quello scritto potesse giovare in un cerchio assai più largo del ‘familiare’.

Racconta di sé, giovane toscano, che all’età di 20 anni, viene trascinato dal fascino dell’ Idea, e che quando poi questa s’ingarbuglia per la mediocrità dei nostri generali e l’efficienza avversaria, si fa talentuoso portatore della bandiera del Dovere, scalando i gradi per eccellenza di gesta e dolcezza di comando.

Prestante e schietto, come certi  toscani sanno essere, vagliava i sottoposti con il metro del padre buono ma esigente. Il racconto emoziona per il ricorrente conflitto fra la sua umanità volta all’indulgenza e la necessaria risolutezza del dover  tirar diritto, restando lucido nelle situazione più disperanti.

Il tenente Taccola non era uno scrittore ma viene qui a svelarsi un maestro della parola.

Non possiamo dire che lo scritto sia un inedito integrale perché agli atti del Convegno Regionale Veneto sulla 1^ Guerra Mondiale, tenutosi a Venezia il 5 maggio 1968, presso l’ Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, vi è un saggio di mio padre, prof. Francesco Anelli (“La 46^ Batteria di Bombarde nella ritirata dal fronte di Gorizia 27-31 ottobre 1917”) che, oltre ad esperienze personali, riporta, su autorizzazione del Taccola, quelle che del suo memoriale son le pagine dolenti della convissuta, e per certi versi sorprendente, ritirata del 1917.

Qualche mese prima, nell’agosto 1917, sotto il tiro dell’artiglieria nemica i due, Taccola e mio padre, nel conoscersi, avevano avvertito consonanza di sentimenti (Patria e Dovere) tanto da innescare, dopo la trincea, una carica esplosiva di affettuosità epistolari per un’amicizia che avrebbe riempito due vite non brevi e cartelle d’archivio di corrispondenza ponderosa, lasciate ai figli perché ne restasse memoria.

Con la diffusione di questo racconto crediamo di onorare quella memoria, ma anche di far grazia al lettore.

Dimenticate i resoconti-tipo di chi alternò penna e moschetto nelle trincee della  Grande Guerra di cui son partite le commemorazioni:  diari, carteggi spesso grondanti di autocommiserazione, di sospetti astiosi verso chi non fu messo ad egual rischio, racconti di private ma consapute angustie, con finale spruzzata di buonismo patriottico atto  a far quieta la censura di allora. Dimenticate la noia che s’accompagna ad una cascata di bollettini di guerra, messi insieme come tessere di sconclusionati ‘collage’.

Il racconto che invece vi propongo scorre via come una fresca rapida d’Arno, ove l’autore appare affrancato dall’averne dovuto bagnare  i panni,  ché  s’era  trovato, lui,  già zuppo in fasce, per sorte di casato.

E’ scrittura travolgente di Grazia e Buon Senso, avente per oggetto una guerra non disdegnata (quando prospettata breve),  poi onorata (quando rivelatasi lunga).  E’ opera che non si trova nelle librerie, non nelle case editrici. Si trova nei rapporti epistolari fra speciali combattenti che, pur mettendo il cuore nella lotta, mantengono la lucidità atta all’introspezione verso tutti gli attori: truppa, sottufficiali, colleghi ufficiali, alti comandi, civili. E si scambiano i moti dell’animo riconoscendosi  fra quelli che, nella massa, “volano alto” in pari misura.

“Volano alto” i due:   Menaldo Taccola, pisano, “ufficiale di penna di complemento”;  e Francesco Anelli, veneziano d’adozione, professore, umanista, quindi “ufficiale di penna in s.p.e.”.  Il primo tenente ed il secondo caporale di fureria (la diversa età ne divarica il grado), i quali, sotto l’ultimo bombardamento nemico che condividono, ci tengono a promettersi l’un l’altro: “scriviamoci !”.

E di quanto si son scritti, nella loro lunga vita di reduci, sono oggi testimoni i figli (me compreso) depositari di cospicuo carteggio del tempo di pace, ma – perla la più lucente – lo stupendo racconto di Taccola dei suoi fatti di guerra.

Non mi è parso giusto sottacere (vedi ultime due pagine) il fiero contrasto su una diversa riscrittura, di seconda mano, a distanza d’anni, dell’episodio convissuto in primissima linea, ove le “sfumature” muovono pesi nella bilancia dell’onore e del coraggio, dell’uno e dell’altro,  ma il fiero contrasto fa oscillare quei pesi – a mio avviso – quanto… il settore di tiro, solo teoricamente ampio, di una bombarda… caricata a salve !

Marco  Anelli