Memorie di guerra di Giuseppe Milani – Puntata 3

La carretta serviva per qualche ammalato o ferito. Il corredo era limitato a quanto indossato perché la nostra riserva, ai piedi del monte, lì era stata abbandonata. Io, più fortunato, avevo anche una mantella che lasciai sulla carretta ai più bisognosi.
I ponti sul Tagliamento erano stati già fatti saltare, salvo quello di Casarsa destinato comunque alla stessa sorte.
Io e il capitano ci portammo avanti con le biciclette con la speranza di poter fare qualche prelevamento e rifornimento per il resto della batteria che sarebbe poi sopraggiunto.
A Casarsa iniziò un bombardamento aereo nemico micidiale. Il ponte fu colpito e la carretta incolonnata dietro altri mezzi rimase di là, perduta. Molte bombe caddero anche sulla linea ferroviaria e sulla stazione ove erano ammassate colonne di profughi.
I superstiti della batteria ci raggiunsero, con altre batterie. Dopo molti giorni, verso la fine di novembre, arrivammo a Rovigo in condizioni pietose, dopo notti passate all’addiaccio o – meno sfortunatamente – in qualche stalla o fienile con nessun oggetto di corredo per cambio.

 

A Rovigo fu possibile accamparci alla bell’e meglio, tanto era enorme la massa di uomini. Il morale era questo: gli uomini erano stanchi, depressi, sfiniti, angosciati dal pensiero di ritornare alla riscossa quando le forze erano allo stremo.
Venimmo in fretta di nuovo equipaggiati, inquadrati in formazione di batterie e di gruppi (di reggimenti) e armati di fucili 92 e qualche mitragliatrice. Queste nuove formazioni vennero denominate “fucilieri” ovvero “bombardieri fucilieri”.

Io ero nell’ambito del 2° Reggimento, 105° Gruppo.
Venne previsto che queste formazioni di fucilieri avessero anche un reparto “zappatori” composto da circa 80 uomini. Di questo reparto zappatori interno al 105°gruppo venne dato il comando a me, col grado di “aiutante di battaglia”.
Il reparto era costituito da uomini mandati dalle batterie, quelli presumibilmente meno desiderati nelle batterie. Il comando era, sulla carta, dato ad un ufficiale che in pratica non aveva mai portato in linea gli uomini perché comandato per altri servizi: ecco perché dico che il comando del reparto (che rispondeva al comandante di gruppo, maggiore Cardassi) di fatto restò al sottoscritto.
Era un reparto di lavoro, quello degli zappatori, molto esposto ai pericoli. Principalmente impiegato per stendere e aggiustare i reticolati davanti alla prima linea, a pochi metri dal nemico.

 

Prima della fine del dicembre 1917 eravamo al Piave (San Donà, Fossalta, Cava Zuccherina) e più precisamente il giorno di Natale.
I turni, in prima linea, duravano più di un mese.
Sul Piave stemmo sei mesi con pochi giorni di riposo.
Per il riposo si andava a Sambughè, dove vi era una piccola riserva ed il tragitto lo si faceva a piedi, via Treviso-Meolo.
A giugno sentimmo il bisogno di un riposo più lungo e allora, anziché proseguire fino a Sambughè ci fermammo a Casale sul Sile.

La notte fra il 15 e il 16 giugno, il nemico, con un bombardamento infernale ed uso di lacrimogeni, infranse la linea del Piave e passò il fiume in più parti, con le pattuglie più avanzate che si spinsero fin nelle vicinanze di Meolo.
All’alba del 16 giugno, il 105°Gruppo, maggiore Cardassi in testa, reparto zappatori e, a seguire, in colonna, le batterie del gruppo, distribuito un rancio unico per la giornata, si mosse a piedi da Casale sul Sile in direzione Meolo.
Lungo il percorso avemmo l’impressione di una seconda Caporetto. Poche le truppe che con noi avanzavano e più massicce quelle che si ritiravano (forse tra di esse artiglierie che andavano a prendere posizioni più arretrate) e movimento di profughi.
Fummo sorpassati da un drappello di Cavalleria al trotto con l’ufficiale in testa in guanti bianchi che ci trasmise una sensazione di vigoria e di spirito positivo; ma li perdemmo.
Arrivammo a Meolo in mattinata, fummo spiegati in aperta campagna oltre le case abbandonate e colpite.


L’ordine, trasmesso di bocca in bocca, era di cercare di raggiungere il Piave mantenendo stretto collegamento fra i singoli reparti in aperta campagna, avventurandoci tra le accidentalità del terreno segnato da numerosi piccoli corsi d’acqua, senza punti di riferimento ché, davanti a noi non c’era più nessuna linea di resistenza, il nemico era nascosto in mezzo ai campi di frumento alto ed accovacciato in fossatelli e cespugli.
Il mio reparto zappatori doveva tenere un buon pezzo di linea e di resistenza a qualsiasi costo, a destra collegato con un reparto di fanteria (81^Bisagno), e a sinistra con una batteria del nostro gruppo (bombardieri fucilieri), la 313^.
Si cercava di non farsi vedere, si scavavano buche, ci si metteva carponi; di giorno si cercava di stare nascosti il più possibile. C’erano delle mitragliatrici piazzate sugli alberi che non si vedevano, ma colpivano, oltre a tiro continuo di artiglieria. Di notte si avanzava alla cieca. In qualche casa abbandonata trovammo dei nostri finiti a pugnalate dal nemico prima di retrocedere.
Forse il nemico preparava una linea di resistenza più arretrata; tutto si ignorava. Ordini non ne arrivavano o non potevano arrivare.
Il tempo era inclemente. Un caldo eccessivo con continui e forti temporali accompagnati dalle artiglierie nemiche che facevano duello costante con le nostre.
Arrivammo così al giorno 21 giugno senza alcuna visita di un superiore.
Nel pomeriggio, dopo un bombardamento più forte del solito, sorprendentemente il reggimento di fanteria alla nostra destra si lanciò all’assalto al grido di Savoia!
In mezzo ai miei uomini rimasi per qualche attimo incerto ed esitante: il collegamento perso alla destra ci esponeva al rischio di esser presi alle spalle (e l’austriaco usava sgozzare il sopraffatto nemico); il portarli all’assalto poteva significare portarli al macello perché non sapevamo la consistenza dell’avversario. Bisognava decidere, e decisi.
Saltai fuori con tutti i miei uomini dalle buche e dal fossatello e andammo all’assalto al grido di Savoia! ripetuto dal collegamento di sinistra.


Nessuno esitò; vidi entusiasmo e coraggio. Il nemico prese la via di fuga.
Trovammo dei mitraglieri legati sulle piante per dare ai compagni tempo di difesa. Passammo un fiumiciattolo con le stesse passerelle che erano servite a loro per portarsi avanti e per poi ritirarsi. Attraversammo campi di grano ostacolati da fili metallici che avevano teso, invisibili, per frenare la nostra avanzata.
Del terrapieno della ferrovia che porta a San Donà e Trieste l’attraversamento sembrava impossibile perché investito da infernale tiro di mitragliatrici che faceva sobbalzare la ghiaia. Ma lo passammo senza perdita alcuna: passammo a piccoli gruppi, di corsa, senza esitazioni. La nostra salvezza fu la gran vicinanza col nemico, l’essere alle loro calcagna: si ritiravano con affanno forse pensando all’avanzamento di grandi forze nostre, che invece non erano che un pugno di uomini.
Arrivammo all’argine di Scolo Peressina, un fiumiciattolo ove il nemico aveva improvvisato una linea di resistenza, proprio davanti a Fossalta. A Fossalta il nemico stava formando un quadrato per ripassare il Piave. Le due artiglierie producevano un inferno di fuoco da ambo le parti. A ridosso di quell’argine di Scolo Peressina, in un attimo di sosta del combattimento, arrivò un portaordini con un bigliettino, un rotolo di carta di 2 cm in cui sorprendentemente lessi: “fermatevi, avete il cambio”. Era evidente che chi dava quell’ordine non conosceva la nostra posizione così avanzata.
Eravamo sfiniti di stanchezza e di disagi, febbricitanti, armati di soli fucili e di un grande spirito del dovere e forza di resistenza. Il mio reparto di uomini da sacrificio si trovò in quel momento bersaglio delle due artiglierie perché la nostra non aveva saputo allungare in tempo la gittata delle granate. E avemmo perdite, fatalmente.