Memorie di guerra di Giuseppe Milani – Puntata 2

All’ora stabilita partirono i primi colpi, simultanei.
Al momento dei successivi, non so se la bomba del 3^ o quella del 4^ pezzo, anziché partire, scoppiò nel tubo di lancio.
Quasi tutta la batteria saltò in aria. Mezza montagna eruttò, proprio dove avevamo la galleria con maggior riserva di bombe ed esplosivi (circa 800 bombe).
L’eruzione distrusse tutto maciullando quasi tutti gli addetti ai 4 pezzi compreso gli ufficiali comandanti le rispettive due sezioni (2^ e 3^). Salvi soltanto la 1^sezione (1^ e 2^ pezzo) e qualcuno dell’ultimo pezzo (6^).
Distrutta la riserva di viveri, quanto rimasto del rifornimento di acqua venne utilizzato per tentare di spegnere l’incendio che si sprigionò dalle rovine. Tentare di spegnere una porzione di montagna in movimento e franante che teneva intrappolate vite umane e resti di corpi.
Nello stesso momento fummo bersaglio esposto al nemico che da Tolmino e dalle loro caverne sede di formidabili batterie riuscivano a colpirci dappertutto, a tamburo.
Anche la fanteria venne ad aiutare noi superstiti nel tentativo di recuperare i pochi scampati di sotto una montagna, fra fuoco e fumo intossicante, racimolare e comporre resti. Indescrivibile il nostro raccapriccio di fronte al terrore di compagni colpiti, ai loro lamenti ed alle invocazioni dirette ai loro cari che mai più avrebbero rivisto.


I porta-feriti erano pochi e le barelle scarse; ed il trasporto a valle verso l’ospedaletto da campo avrebbe richiesto troppo tempo. La riserva d’acqua si esaurì e fu insufficiente per spegnere i focolai d’incendio. Per quella giornata non vi furono altri arrivi.
Verso sera venne l’ordine di riprendere il fuoco con le bombarde attive, la 1^ e la 2^, e di continuare anche di notte, un colpo ogni 10 minuti.
Purtroppo in quel settore del fronte l’azione fu di nessun rilievo; la fanteria che teneva la prima linea non poté uscire dalla trincea, o, come tentarono, furono ricacciati indietro. Le posizioni del nemico erano buone e sicure. Noi dovevamo sparare di continuo a fuoco intermittente se non altro per impedire al nemico di dispiegare altri reticolati. Purtroppo la nostra fanteria dovette rimanere ferma nelle posizioni precedenti.
Vennero uomini della riserva per continuare il lavoro di scavo e di recupero per quanto possibile di materiale atto a riformare le piazzole in attesa delle bombarde sostitutive.
In data che non ricordo, venne poi l’ordine di smontare la batteria o quanto era rimasto e scendemmo a valle, sostando diversi giorni in attesa di prendere nuova posizione. A valle eravamo attendati alla meglio, vicino all’Isonzo.

Io fui comandato con un paio di uomini e una carretta di recarmi a Cividale e a Udine per prelevamenti vari.
La notte di quello stesso giorno, 24 ottobre 1917, gli austriaci attaccarono in forza.


Scesero decisi e dettero cosi inizio alla ritirata di Caporetto.


Assente dal reparto per la suddetta missione fui affrancato da un ordine che toccò ad altri: quello di andare con 20 uomini male armati (fucili 29 vecchio tipo, detenuti per sole funzioni di legittima difesa, e pistole di ordinanza) incontro alla fiumana nemica bene armata e feroce: di questi nostri uomini non s’è mai saputo più niente; ma s’è saputo che gli austriaci non usavano far prigionieri ché usavano i pugnali per finire gli avversari.
Nel corso della grande ritirata, ritrovai fuori di Udine, in un campo, i resti della mia batteria, priva di tutto. Unico mezzo la mia carretta con 2 biciclette e con il prelevato ridotto perché a Udine ormai non funzionava più nulla nonostante ci fossero magazzini ben forniti, una immensa quantità di tutto.

Iniziò così anche per noi la dolorosa e disastrosa ritirata a piedi.