Memorie di guerra di Giuseppe Milani – Puntata 1

(…) il saperti del ’98 mi riporta indietro nella memoria, nel deposito di Milano delle ‘batterie a cavallo’, in cui prestavo servizio, quando, la sera del 9 giugno 1917, durante l’ attesa di uscire, mi raggiunsero in mensa per avvisarmi che ero stato sorteggiato per i bombardieri, io ed il sergente Gaist, fiorentino, e che il mattino seguente saremmo partiti per il fronte con 500 uomini del 1897 e, appunto, 1898, in parte volontari, da istruire a mia cura. La visita medica trovò il Gaist sofferente di cuore; ma era… paura.
Quella sera fu impiegata per saluti frettolosi a persone care, per prelevamento d’indumenti e cose strettamente necessarie e lacrime e lamenti voluti lasciare a metà.
Il mattino seguente, fuori della Caserma di Corso Porta Vittoria, ove alloggiavo, c’era una piccola folla di parenti. Uscimmo in 500, tutti belli e sereni, in fila per quattro, ben allineati, e marciammo in mezzo al corso, senz’altri graduati al di fuori di me, banda in testa, sino alla stazione di Porta Vittoria, tra ali di folla, mentre dai balconi piovevano fiori e saluti.
Il treno arrivò a Nervesa a sera tarda; trovai il tenente Moncalieri, piemontese, del mio reggimento, anch’egli richiamato al fronte; ci accompagnò in un campo dove improvvisammo un attendamento e restammo per non molti giorni.

 

Poi il racconto prosegue nel diario di guerra che il Milani dice “ricostruito a memoria”.

 

I Bombardieri della Grande Guerra. Un’arma improvvisata, la bombarda, al cui servizio i bombardieri si dedicavano. Molto simile al mortaio, non molto perfezionata, un po’ sperimentale e quindi micidiale sì, pericolosa, ma anche per noi stessi. Di vario calibro, massimo 240.
Improvvisate erano le formazioni di batterie e gruppi. Uomini dal mattino alla sera prelevati un po’ da tutte le armi, prevalentemente dalle artiglierie, e quindi anche, come nel mio caso, dalle batterie a cavallo. A Nervesa era organizzato il Deposito di questi bombardieri. Vi affluirono classi 95-97-98 con pochissimi sottufficiali oltre a me. Erano giovani che si trovavano con compagni nuovi avendo lasciato, spesso a malincuore, i reggimenti d’origine in cui già si erano consolidati cameratismo e spirito di corpo.
Dopo un brevissimo periodo d’istruzione alla nuova e sconosciuta arma, questi giovani erano mandati ad alimentare le batterie già operanti sui vari fronti per rimpiazzo di caduti oppure utilizzati per formare nuove batterie.
Il sottoscritto, con un buon numero d’uomini, fu mandato a raggiungere a Carmignano di Brenta la 54^ batteria, che proveniva dal Monte Zebio (a nord d’Asiago) dove era stata decimata.


A Carmignano la batteria fu ricomposta e, completata d’armi, rispedita per ignota destinazione, in un susseguirsi di tappe, alcune per ferrovia, altre con mezzi a motore, trasportanti bombarde, materiali e uomini. Non ricordo il tempo impiegato per raggiungere la meta: rivelatasi essere il Monte Mrzli, oltre Caporetto.
All’imbrunire di un giorno di fine giugno, o inizi di luglio, si raggiunse il luogo designato a quota 1350, carichi, stanchi, assetati. La montagna si rivelò arida, rocciosa, franosa, priva di sorgenti; percorsa da tratti di mulattiera e sentieri accennati.
La batteria venne piazzata in una gola, stretta e ripida; furono messe in posizione solo sei bombarde da 240, anziché otto.
Il materiale pesante venne trainato o tirato su a fatica ed in certi punti si procedette solo di notte perché punti scoperti ed esposti al tiro nemico.
Vennero fatti scavi per formare le piazzole che vennero parzialmente coperte e mascherate. Con l’aiuto di qualche minatore esperto avuto dal genio furono scavate delle piccole gallerie.
Venne organizzato un servizio con i muli per portare lassù le bombe (da 90 cadauna ed ogni mulo ne portava due), per il rifornimento di acqua (con le ghirbe), per il rancio che arrivava nelle casse di cottura da Kamno o Selidce, cioè dal fondo valle dove avevamo la riserva di uomini, di materiali, di cucina e di bombe.
La colonna di muli arrivava a destinazione se non veniva colpita dal tiro delle artiglierie nemiche, nel qual caso quel giorno si restava privi di tutto fino alle 24 ore successive, tempo necessario per organizzare una nuova colonna, perché i quadrupedi in dotazione alla batteria non erano sufficienti per renderci autonomi in tale servizio.
La batteria aveva pure in dotazione delle carrette che servivano per le spese viveri ed altri rifornimenti che venivano fatti a Cividale. C’erano anche biciclette, tenute pure in riserva, come anche i nostri indumenti non strettamente necessari.
Le gallerie più o meno profonde, in certi casi sfondate in modo da mettere in comunicazione una piazzola con un’altra, servivano, più che per rifugio, per deposito delle bombe e per la pulizia delle stesse: infatti arrivavano dalle retrovie con delle misere gabbiette tutte sporche ed arrugginite; bisognava lucidarle alla perfezione per poterle introdurre nel tubo di lancio della bombarda, completamente spalmate di vasellina. I “pulitori” impiegavano molto tempo per eseguire questo lavoro. Altro particolare: erano bombe ad avancarica, cioè bisognava per prima cosa introdurre il cartoccio di polvere, poi la bomba, poi, se non già fatto, si metteva a punto direzione ed elevazione della canna con l’ausilio di un quadrante provvisto di livella a bolla.


Fatto tutto questo con la massima scrupolosità, veniva innescata la spoletta alla bomba. Per far partire il colpo s’introduceva il cosiddetto cannello d’oca in un foro posteriore presente nella culatta del tubo di lancio, si attaccava una funicella lunga abbastanza da permettere il massimo allontanamento dalla piazzola, precauzione necessaria come si vedrà.
All’ordine del capopezzo, cioè al grido di “Colpo!”, il tiratore doveva dare uno strappo alla funicella e, se tutto andava bene, la bomba partiva.
Poteva anche capitare che la bomba non partisse; in tal caso bisognava riprovare dopo la sostituzione del cannello d’oca, altrimenti bisognava ripetere tutta l’operazione: disinnescare la bomba, scaricare la bombarda, sostituire il cartoccio di polvere esplosiva, che magari s’era deteriorato per l’umidità. L’operazione era macchinosa e piena di insidie specie se fatta di notte al lume di una candela, con l’esigenza di non esser visti a distanza.
Quando usciva dal tubo di lancio la bomba era ben visibile. Notevole il frullìo ed il fischiare nell’aria; rumorosissima la caduta sul bersaglio costituito dai reticolati che si frapponevano alle linee nemiche al di là della vetta del monte. Se esplodeva sulla roccia provocava una grande caduta di massi e pietrame.
Era talmente assordante il rumore all’uscita della bomba dal tubo di lancio che, di norma, ci si inseriva nelle orecchie un batuffolo di cotone; opportuno poi portarsi il più lontano possibile per lo spostamento d’aria e per l’eventualità di uno scoppio della bomba all’interno del tubo di lancio.
La batteria era posizionata poco dietro la nostra prima linea, ch’era tenuta dalla fanteria. Qualche roccetta del monte era ancora in mano nemica e le loro vedette potevano spararci nelle piazzole con i loro fucili di precisione.
La nostra fanteria non aveva molta stima dei bombardieri perché trovandosi poco sopra temevano che qualche bomba anziché raggiungere il bersaglio cadesse sulla prima linea.

 

A batteria pronta, attendemmo il battesimo del fuoco, con entusiasmo e spirito d’ardimento. Neofiti ed esperti, tutti trepidanti in attesa dell’ora ufficiale in cui si sarebbe dato il via ad una grande azione sull’ampio altipiano della Bainsizza, al comando del Generale Cappello.
A capo della batteria era il capitano Bavarese. Questi si era posizionato all’osservatorio ed aveva con sé il sottocomandante tenente Allegri di Milano. Questi, pertanto, aveva ceduto al sottoscritto il suo comando su tutta la prima sezione della batteria, vale a dire 1^ e 2^ pezzo..
A me, quale sottufficiale più anziano di grado, sebbene il più giovane, sarebbe comunque toccato almeno il comando del 1^pezzo, ch’era il più esposto al tiro nemico.
Arrivò l’ordine: alle ore otto del mattino si sarebbe iniziato a far fuoco continuo.