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Le ferite causate dalla rotta di Caporetto dell'Ottobre '17 non si erano ancora rimarginate quando, nella notte fra 10 e 11 Febbraio '18, 30 mariniai italiani compirono un'azione destinata a passare alla storia come "la beffa di Buccari". A bordo di 3 MAS, scortati da unità navali minori ed un sommergibile, furono trainati da 3 torpediniere fino nelle vicinanze dell'isola di Cherso. Da qui i 30 risalirono il Golfo del Quarnaro eludendo le difese costiere dell'attuale Croazia fino a circa 1 miglio dalla costa, dove passarono ai più silenziosi motori elettrici. Entrarono nella profonda baia di Buccari (Bakar) dove si trovavano ormeggiate unità navali Austro Ungariche che intendevano affondare con i siluri. Le reti stese a protezione delle navi fecero il loro dovere, cosicchè solo 1 siluro dei 6 sparati riuscì a colpire una nave. Poco importa se da un punto di vista militare l'attacco non sortì gli effetti desiderati: l'azione fu un pugno nello stomaco del nemico che mai si sarebbe aspettato niente di simile. Ad aumentare l'onta, fu lasciato sopra dei galleggianti in mezzo alla baia questo messaggio scritto dal Vate:

“In onta alla cautissima flotta austriaca, occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d'Italia, che si ridono d'ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l'inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia".

A quel punto riaccesero i 6 potenti motori Isotta Fraschini, ed a tutto gas fecero ritorno in patria, passando a tutta velocità sotto lo sguardo incredulo delle vedette Austro Ungariche. Il comandante della missione era Costanzo Ciano, padre di Galeazzo; Andrea Ferrarini comandava il MAS 94, Profeta de Santis il 95 e Luigi Rizzo il 96, motoscafo sul quale era imbarcato anche Gabriele D'Annunzio.
Il Vate compose in un secondo momento la Canzone del Quarnaro: a breve avrebbe comandato la marcia su Fiume, dando inizio all'Impresa di Fiume ed alla conseguente Reggenza Italiana del Carnaro.

La canzone del Quarnaro

Siamo trenta d’una sorte,
e trentuno con la morte.
 
     EIA, l’ultima!
     Alalà!
 
Siamo trenta su tre gusci,
su tre tavole di ponte:
secco fegato, cuor duro,
cuoia dure, dura fronte,
mani macchine armi pronte,
e la morte a paro a paro.
 
     EIA, carne del Quarnaro!
     Alalà!
 
Con un’ ostia tricolore
ognun s’è comunicato.
Come piaga incrudelita
coce il rosso nel costato,
ed il verde disperato
rinforzisce il fiele amaro.
 
     EIA, sale del Quarnaro!
     Alalà!
 
Tutti tornano, o nessuno.
Se non torna uno dei trenta
torna quella del trentuno,
quella che non ci spaventa,
con in pugno la sementa
da gittar nel solco avaro.
 
     EIA, fondo del Quarnaro!
     Alalà!
 
Quella torna, con in pugno
il buon seme della schiatta,
la fedel seminatrice,
dov’è merce la disfatta,
dove un Zanche la baratta
e la dà per un denaro.

     EIA, pianto del Quarnaro!
     Alalà!
 
Il profumo dell’Italia
è tra Unie e Promontore.
Da Lussin, da Val d’Augusto
vien l’odor di Roma al cuore.
Improvviso nasce un fiore
su dal bronzo e dall’acciaro.
 
     EIA, patria del Quarnaro.~
     Alalà!
 
Ecco l’isole di sasso
che l’ulivo fa d’argento.
Ecco l’irte groppe, gli ossi
delle schiene, sottovento.
Dolce è ogni albero stento,
ogni sasso arido è caro.
 
     EIA, patria del Quarnaro!
     Alalà!
 
Il lentisco il lauro il mirto
fanno incenso alla Levrera.
Monta su per i valloni
la fumea di primavera,
copre tutta la costiera,
senza luna e senza faro.
 
      EIA, patria del Quarnaro!
      Alalà!
 
Dentro i covi degli Uscocchi
sta la bora e ci dà posa.
Abbiam Cherso per mezzana,
abbiam Veglia per isposa,
e la parentela ossosa
tutta a nozze di corsaro.
 
     EIA, mirto del Quarnaro!
     Alalà!
 
Festa grande. Albona rugge
ritta in piè su la collina.
Il ruggito della belva
scrolla tutta Farasina.
Contro sfida leonina
ecco ragghio di somaro.
 
     EIA, guardie del Quarnaro!
     Alalà!
 
Fiume fa le luminarie
nuziali. In tutto l’arco
della notte fuochi e stelle.
Sul suo scoglio erto è San Marco.
E da ostro segna il varco
alla prua che vede chiaro.
 
     EIA, sbarre del Quarnaro!
     Alalà!
 
Dove son gli impiccatori
degli eroi? Tra le lenzuola?
Dove sono i portuali
che millantano da Pola?
A covar la gloriola
cinquantenne entro il riparo?
 
     EIA, chiocce del Quarnaro!
     Alalà!
 
Dove sono gli ammiragli
d’arzanà? Su la ciambella?
Santabarbara è sapone,
è capestro ogni cordella
nella ex voto navicella
dedicata a san Nazaro.
 
     EIA, schiuma del Quarnaro!
     Alalà!
 
Da Lussin alla Merlera,
da Calluda ad Abazia,
per il largo e per il lungo
siam signori in signoria.
Padre Dante, e con la scia
facciam "tutto il loco varo".
 
     EIA, mastro del Quarnaro!
     Alalà!
 
Siamo trenta su tre gusci,
su tre tavole di ponte:
secco fegato, cuor duro,
cuoia dure, dura fronte,
mani macchine armi pronte,
e la morte a paro a paro.
 
     EIA, carne dal Quarnaro!
     Alalà!

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