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Perché ci fu, a fine ottobre 1917, una “Caporetto” per l’esercito italiano ce lo spiega una catena di ragioni di cui dà conto John Richard Schindler, storico americano, nel suo libro “ISONZO. Il massacro dimenticato della grande guerra” (ed. LEG Libr. Ed. Goriziana), ammirevole, a mio avviso, per equilibrio di giudizio e disamina libera da condizionamenti ‘di parte’.

Premesso che il fronte dell’Isonzo, dispiegato nei 60 km che corrono dal Passo del Predil (Monte Rombon) alle foci del fiume (Monte Sei Busi/ Redipuglia) era considerata da L. Cadorna essenziale per la conquista di Trieste irredenta (o, addirittura, ad inizio ostilità, facile passaporto per Vienna !) , questo fronte, dal maggio 1915 al settembre 1917, aveva visto ben 11 attacchi italiani con avanzamenti risicatissimi, quasi sempre ripersi a seguito di vigorosi contrattacchi delle truppe di Boroevic.

Alla fine dell’undicesima battaglia (settembre-ottobre 1917) Cadorna era convinto che si potesse lasciar passare l’inverno in relativa tranquillità prima di sferrare la battaglia decisiva, obiettivo Monte San Gabriele e Monte Ermada, oltre il quale la via per Trieste sarebbe stata spianata. Ne era talmente convinto che nell’ottobre si allontanò dal Comando Supremo di Udine per due settimane da trascorrere presso la sua residenza piemontese con l’esplicitata intenzione di redigere una memoria dei suoi 29 mesi di comando bellico.

L’esercito imperial-regio d’Austria-Ungheria , spossato al pari di quello italiano per le immani perdite (un morto o disperso ogni … 3 centimetri di quel fronte !) e lo stallo perdurante, andava a giovarsi del venir meno del fronte russo (rivoluzione d’ottobre) e fronte transilvano (la Romania era uscita dal conflitto perché non più supportata dai russi) con relativo spostamento di truppe verso il fronte italiano.

L’alleato tedesco, fino ad allora restio a dar man forte alle truppe di Boroevic (Austria-Ungheria) perché considerava di secondaria importanza il fronte italiano, si rese, in quel frangente, disponibile per una spallata.

Dall’altra parte Cadorna non solo rifiutava aiuti dagli Alleati occidentali, ma mandava respinto perfino quel che suggeriva lo Stato Maggiore della Marina, ovvero uno sbarco a sorpresa in terra istriana per prendere il nemico alle spalle; e tutto ciò, parrebbe, per l’ambizione di potersi intestare, a esclusivo titolo, la vittoria finale.

Boroevic, nell’ottobre 1917, era convinto che l’attesa passiva della dodicesima offensiva italiana, prevista per la primavera ’18, sarebbe stata foriera di disgrazia dovendosi considerare l’apporto fresco annunciato di truppe americane nella parte avversa ed un particolare inquietante e senza precedenti a suo giudizio: notizia che nell’ultima battaglia una forte quota di sue truppe fatte prigioniere fossero risultate … illese ! segnale che l’odio verso il nemico italico non era più prepotente come prima.

Nei giorni precedenti lo sfondamento di Caporetto gli austriaci avevano condotto diligenti osservazioni aeree sulle postazioni dell’artiglieria italiana; mentre, al contrario, i massicci spostamenti preliminari notturni e furtivi di artiglieria pesante e superpesante tedesca e austriaca pur nel terreno impervio del fronte isontino settentrionale, portatasi in qualche caso a non più di 400 metri dalle linee nostre, dai nostri non fu rilevato minimamente, nonostante si ricorresse sistematicamente a tiri di mortaio illuminante.

A giudizio dello storico americano, la Seconda Armata del gen. Capello copriva un fronte troppo vasto, dal Monte Rombon al fiume Vipacco (sud est di Gorizia), tant’è che in certi tratti la linea non era abbastanza trincerata (Tolmino e Bainsizza in particolare).

Inoltre, gl’Italiani, che venivano da 11 battaglie condotte in attacco ed eventuale contro-difesa sulla linea di partenza, a differenza del nemico, non avevano seconde linee attrezzate per difesa, e addirittura avevano postazioni d’artiglieria troppo avanzate rispetto alle fanterie.

Quando il comando congiunto austro-tedesco sferra il poderoso attacco lo fa con lancio di gas di cloro misto a fosgene, rendendo vano l’uso delle nostre maschere in grado di filtrare solo uno dei due gas, ed irretisce un esercito sì spossato ma “baldanzoso” ed “indolente” che si godeva la modesta vittoria della 11.a battaglia convinto, come il suo capo supremo, che nulla di rilevante sarebbe successo prima della fine inverno.

Se poi si aggiunge che i metodi “feroci” di Cadorna coi sottoposti prevedevano l’esonero di ufficiali non vincenti e conseguente affidamento di uomini a troppi comandanti inesperti, è quasi inutile ragionare su un ultimo presumibile motivo all’origine del sorprendente rovescio di Caporetto: la “contaminazione politica” che proveniva sempre più devastante, a causa dell’imprevisto lungo calvario delle truppe, dall’ interno del Paese.

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